Rapporto di Federico Melis, inviato dalla Santa Sede

(Roma, 29 ottobre 1944) Dagli Archivi Segreti del Vaticano

I Campi dei prigionieri italiani di guerra nell’East Africa

(Kenia, Uganda e Tanganica)

Nell’East Africa britannica sono attualmente concentrati oltre 40 mila prigionieri di guerra e evacuate civili italiani, per la maggior parte sistemati nel Kenia, che è la regione migliore sotto tutti gli aspetti.

Nell’ultimo semestre, un considerevole numero di Italiani (quasi esclusivamente militari) ha lasciato i territori dell’East Africa per destinazione « Overseas » (oltremare), per essere impiegato nello sforzo bellico degli Alleati contro il nemico comune. Tali lavoratori, accompagnati da personale sanitario e da un piccolo numero di ufficiali, sarebbero stati destinati in Inghilterra, in Africa Settentrionale e nell’Africa Occidentale inglese. Tutti costoro si erano offerti volontariamente e furono accettati dale autorità britanniche come volontari, non combattenti. Essi, prima dell’imbarco nel porto di Mombasa, ricevettero un equipaggiamento completo. Le partenze di questi lavoratori volontari continuano tuttora e proseguiranno finché nel Kenia rimarranno circa 15 mila militari, cioè solo quelli impiegati in lavori vari nella Colonia e i prigionieri dichiarati o considerati fascisti.

Per tutti i prigionieri di guerra dell’East Africa vige tuttora lo stato giuridico di « prigioniero di guerra », salvo talune variazioni favorevoli per coloro che sono impiegati come cooperatori, pei quali, di fatto, tale stato è cessato.

A decorrere dal 1° luglio 1944, i prigionieri militari impiegati in lavori, che volontariamente si erano offerti di cooperare con gli Alleati, ricevettero la qualifica di « cooperatore », coi seguenti vantaggi:

  1. aumento della paga, fino a raggiungere un importo di scellini 7 settimanali, per sottufficiali e truppa; ed un aumento di scellini 120 mensili per gli ufficiali;

  2. distribuzione di una serie completa di ottimo vestiario, a pagamento per gli ufficiali e gratis per i sottufficiali e truppa;

  3. maggiore libertà di movimento;

  4. istituzione di un servizio postale interno fra campi di cooperatori;

  5. autorizzazione ad effettuare rimesse in denaro nell’Italia liberata, senza limite di somma;

  6. miglioramento nell’alimentazione.

    Tale nuovo trattamento soddisfa i numerosi Italiani che ne beneficiano, seppure con esso non sia stato del tutto soppresso lo stato di prigionia.

    A seguito dell’entrata in vigore delle disposizioni sulla cooperazione, i prigionieri dell’East Africa possono essere ripartiti nei seguenti gruppi, relativamente al trattamento:


a) cooperatori: godono del migliore trattamento,nella maggior parte dei casi veramento ottimo;

b) prigionieri dichiaratisi disposti a cooperare, ma non ancora divenuti cooperatori effettivi, perché non assunti in servizio o per indisponibilità di lavoro o per malattia, o per invalidità: il loro trattamento è stato lievemente migliorato rispetto a quello del 1° semestre 1943;

c) prigionieri che hanno rifiutato di cooperare: sono trattati come prigionieri veri e propri e vengono

concentrate in un unico campo; d) prigionieri dichiaratisi o ritenuti « fascisti »: hanno lo stesso trattamento dei precedenti con maggiore sorveglianza e isolamento; Nel Kenia sono concentrati altresì alcune centinaia di prigionieri di altre nazionalità, come Tedeschi, Ungheresi, Finlandesi, Francesi (che non aderirono al movimento De Gaulle). Essi sono riuniti in piccoli campi o sezioni di campo, a Kabete ed a Nanyuki, in condizioni soddisfacenti.

Ubicazioni dei Campi: Nel Tanganica, esiste un solo campo di evacuati civili, nei pressi di Tabora, al centro della regione.

Il clima è sfavorevole, essendo quello del medio-piano equatoriale, con eccessivo caldo umido diurno.

Poche altre notizie si avevano nel Kenia di detto campo; ma 3 internati di là trasferiti all’ospedale italiano del Kenia riferirono in generale che il trattamento era buono. Si presentano diversi casi delle più comuni malattie tropicali.

Nell’Uganda trovansi 2 campi di concentramento: uno presso la capitale, Entebbe; l’altro, a Jinja, sulla ferrovia che collega l’Uganda con Mombasa. Il campo di Entebbe è abitato da circa 2 mila evacuate civili ed è in felice posizione, a quasi 1200 metri s.l.m. Il trattamento è soddisfacente. Il campo di Jinja, n. 366, è situato nei pressi del Lago Vittoria, con clima un po’ caldo ed in zona malarica; ma, le condizioni generali di vita del campo sono discrete. Esso ha oltre 4 mila posti e vi si stanno concentrando tutti coloro (gruppo c, di cui sopra) che hanno rifiutato di cooperare, i puniti e gli “indesiderabili “. Dista 1320 km. da Mombasa.

Nel Kenia i campi sono tutti ubicati in altopiani, tranne i due di Mombasa.

Seguendo la ferrovia che dal mare conduce alla capitale ed in Uganda, si trovano i campi di Mombasa, Nairobi, Kabete, Kajato, Longonot, Naivasha, Gil-gil, Nakuru e Eldoret.

A Mombasa vi sono due campi, entrambi posti nell’entroterra, a poca distanza l’uno dall’altro, in un’area ricoperta di cocchi e di manghi, non eccessivamente calda, ma infestata dalla malaria. Uno deicampi serve di transito per tutti coloro che si recano all’imbarco nel porto di Mombasa; l’altro è un campo di soli lavoratori, di cui alcune centinaia sono occupate nell’arsenale di Mombasa.

Il campo n. 351 di Nairobi è il più importante, perché in esso e attorno ad esso, vivono circa 6

mila lavoratori, addetti alle più svariate forme di lavoro presso aziende governative e private. Solo 2 mila opera i vivono nel campo; gli altri sono alloggiati presso le diverse imprese, conseguendo ulteriori vantaggi, specialmente riguardo al vitto, alla retribuzione e alla libertà. In questo campo le condizioni

di vita sono superiori a quelle di tutti gli altri.


Il campo di Kabete è piccolo e destinato per due terzi ai prigionieri italiani. Esso è bene organizzato.

Sulla strada in costruzione Nairobi-Tanganica si trova il campo mobile detto di Kajato, dal nome della località più vicina al campo stesso.

Trattasi di circa 300 lavoratori della detta strada, che vivono sotto le tende, ma ben trattati e provvisti di tutto.

Nei dintorni di Longonot ha sede un battaglione lavoratori, che costituisce ora un campo a sé, in favorevoli condizioni.

Il campo n. 352 di Naivasha, che fu sino a sei mesi or sono il più grande campo di concentramento coi suoi 12 mila prigionieri, ospita adesso meno di un migliaio di elementi. Detto campo è dei migliori del Kenia, per quanto in una zona scarsa di vegetazione e battuta sempre dai venti. È imminente la sua totale soppressione.

Il campo n. 353 di Gil-gil è, al presente, uno dei più importanti ed accoglie oltre 5 mila uomini, moltissimi dei quali occupati in lavori diversi. Esso è fornito di tutti i conforts di un campo di concentramento moderno e gode di un clima sano, seppure l’altimetria sia eccessiva (m.2000 s.l.m.).

A Nakuru, zona ridente e ricchissima, si trovano circa 500 lavoratori riuniti nel

« Technical Camp», sede di industrie varie. Tutti costoro sono trattati nel miglior modo e sono provvisti di tutto.

Nel campo n. 356 di Eldoret vivono circa 3.500 ufficiali, con quasi 1000 uomini di truppa, che sono addetti ai servizi del campo. Il numero degli ufficiali ha subito solo una lieve riduzione, poiché molto limitato è stato il loro impiego e il loro esodo oltremare. È un campo leggermente migliore degli altri rispetto agli impianti e in genere sotto ogni altro rapporto, essendo l’unico campo ufficiali con quello

di Londiani. Vi sono mense, sale da studio, una specie di università con corsi di varie discipline, quattro Chiese, campi e sale per gli sports, quattro teatri, ecc. Gli ufficiali possono uscire a passeggio per alcune miglia lungo una strada delle belle campagne circostanti. L’altimetria è eccessiva: m. 2100 s.l.m.

Dopo i campi disposti lungo il tron

Dopo i campi disposti lungo il tronco principale del sistema ferroviario, esaminiamo quelli siti in prossimità dei tronchi secondari che si dipartono dall’anzidetto centrale.

Sulla linea che conduce a Tanganica, si trova, ai piedi del Kilimangiaro, il campo di Taveta, che accoglie un buon numero di lavoratori agricoli, accampati sotto le tende, in una regione dal clima caldo e notevolmente malarica.

Da Nairobi a Monte Kenia sono disposti vari campi.

Si comincia coi due piccoli campi lavoratori di Kahawa e di Ruiru i quali godono di una certa libertà e di ottimo trattamento.

Viene, poi, il campo n. 360 di Ndarugu, uno dei più grandi, discreto per sottufficiali e truppa. Molti degli internati sono distaccati in attendamenti e impiegati nei lavori di ampliamento della strada per Nairobi.

Il campo n. 367 di Mitu Biri è stato soppresso e non vi sono che pochi uomini addetti alla sua manutenzione. In prossimità di esso sorge la villa che ospitò il Duca d’Aosta e, successivamente, il Generale Nasi, che sei mesi addietro è stato trasferito in un’altra villa nella zona ancor migliore di Molo, nelle vicinanze di Nakuru.

Nei pressi della stazione di Nyeri sono situai il 3rd General Hospital con la sezione destinata agli italiani, e i due campi, n. 1-A e n. 1-B, di evacuati civili, distanti 3 km. l’uno dall’altro. È questo uno dei distretti più belli della Colonia e, con Nairobi, dal clima migliore. I civili internati nei due campi assommano a quasi 4000 e conducono una vita discreta; alcuni si recano a lavorare nelle piantagioni

di caffè; i molti inconvenienti che vi furono inizialmente, per le difficoltà di far convivere in un ambiente così ristretto individui di tutte le classi sociali, si sono andati via via attenuando.

Alle pendici sud-occidentali del Monte Kenia trovasi uno dei più estesi campi, ora ridotto a soli 2.500 uomini, il n. 359 di Burguret. In passato esso fu, per alimentazione e affollamento, un campo infelice; nel1943, intervennero molti miglioramenti ed ora vi si vive veramente bene. 500 metri distante dal campo, vi è un convalescenziario di 400 letti, ottimo sotto tutti gli aspetti.

A Nanyuki, capolinea del tronco ferroviario proveniente da Nairobi, vi è il campo (una volta di 3 mila prigionieri civili) n. 354, in cui sono stati concentrati quasi 800 civili prigionieri politici. Nello stesso distretto sono piccoli campi di lavoratori militari e la grande officina « 48 G.T.» di riparazioni autoveicoli, ove cooperano 200 operai italiani.

Sul ramo che da Nakuru reca al Lago Vittoria, è situato il « famigerato » campo n. 365 di Londiani, che in una parte ha sempre accolto i puniti di tutte le categorie. Esso è un campo misto di ufficiali (poco più di mille) e di circa 2 mila sottufficiali e truppa ed è il più alto del Kenia (m. 2-300 s.l.m.). Il trattamento è stato buono fino a tutto il 1942, poi fu un pò trascurato. Dal settembre 1943, vi sono stati avviati in due ben distinte sezioni (n. 7 e n. 8) i ribelli fascisti e tedescofili, che avevano cagionato gravi disordini e incidenti negli altri campi, mentre dalle

rimanenti sezioni un buon numero di ufficiali, sottufficiali e truppa, giudicati di retti sentimenti, venne trasferito nei campi comuni. Tutti i fascisti (oltre 2 mila, senza coloro che in egual numero sono stati deportati pare, nell’Isola Mauritius) vivono completamente isolati e trattati, non male, da prigionieri « integrali »; tra di essi sono frequenti le baruffe e spesso taluni sono ricoverati al manicomio dell’ospedale di Nyeri. Essi sono assistiti da un cappellano dichiaratosi fascista.

Un ultimo, piccolo campo è stato costituito per 200 lavoratori, a Kitale ove finisce la linea secondaria Eldoret-Kitale. Come in tutti i campi di lavoratori e poco numerosi, le condizioni di vita sono eccellenti.

Un considerevole numero, compresi ufficiali, di addetti a tutti I generi di lavoro, è sparso nelle varie fattorie e aziende di tutto il Kenia.

Costoro vivono in quasi completa libertà, talvolta anche isolati ed ospiti diretti di famiglie o società britanniche, dalle quali sono trattati molto bene. Manca loro l’assistenza religiosa, ma i più devote riescono a raggiungere Chiese di Missioni o di campi di concentramento, almeno per assistere alla celebrazione della Messa di precetto.

Condizioni materiali:

I campi dell’East Africa sono quasi tutti formati da baracche o completamente in legno (talune con pavimenti in legno o di cemento, mentre le altre hanno per fondo il terreno), o con un’ossatura in legno e rivestite di tela incatramata e con tetto di paglia. All’interno, essi hanno sufficiente spazio per passeggiate, pei servizi, per gli sports, ecc. e sono tutti forniti di numerosi orti, dai quali i prigionieri

traggono molte verdure e ortaggi e integrano il vitto distribuito loro dai magazzini britannici. I letti (in legno, con telo orizzontale e pagliericcio) sono biposti, tranne per gli ufficiali superiori e il personale protetto.

Ovunque l’acqua per ogni impiego è sufficiente e, nella più parte dei campi, molto abbondante. Le docce sono numerosissime, mentre i gabinetti lasciano molto a desiderare.

Manca, s’intende, l’illuminazione elettrica (tranne negli ospedali di Nyeri e di Eldoret), ma con lampade a petrolio vi è la luce necessaria.

Il vestiario viene distribuito periodicamente, a pagamento agli ufficiali, gratis ai sottufficiali e truppa, ma non nella misura necessaria. Tutti hanno coperte a sufficienza.

In ogni campo, persino nell’ospedale di Nyeri, vi sono dei veri e propri centri di artigianato, dove si producono oggetti di necessità e artistici, con materie prime e arnesi di fortuna, che hanno sempre destato viva ammirazione negli inglesi, i quali esaminarono e acquistarono diversi oggetti. Nel marzo 1944 in Nairobi, fu tenuta una grande mostra dei vari prodotti dei prigionieri italiani; essa fu inaugurata

dal Governatore, rimase aperta dieci giorni, fu frequentatissima e quasi tutti gli oggetti esposti

furono acquistati dalla popolazione di quella città.

Il vitto, attualmente, si può definire buono nella totalità dei campi e ottimo negli ospedali. Esso fu più abbondante e variato fino al 1942; poi, per l’aumentato numero dei concentrati (circa 80 mila), fu ridotto; negli ultimi tempi, le razioni furono di nuovo aumentate. La prova che il vitto fu sempre sufficiente si trova nell’esame delle varie malattie incorse in questi 3 anni e mezzo di prigionia: nessun caso di avitaminosi, soltanto poco più di 200 casi di tubercolosi polmonare (con appena 6 decessi),rari casi di anemie primarie gravi.

Il pasto normale del mezzogiorno e della sera si compone di una minestra di legumi e verdura, di un pezzo di carne, con contorno di verdura o legumi, e frutta. Al mattino viene distribuito del caffè-latte e al pomeriggio del tè. Viene anche distribuita della marmellata. Il pane è ottimo (relativamente al pane di guerra) e abbondante (circa 600 grammi giornalieri).

Tali razioni vengono incrementate nei prelevamenti negli spacci, che forniscono: frutta, marmellate, miele, latte in polvere, caffè, tè, tamarindo, bibite e, talvolta, anche burro, pesce secco e fresco, uova, ecc.

Condizioni morali e spirituali:

Ammirevole ed encomiabile è l’assistenza religiosa e generale svolta dai cappellani, e, pei campi

civili, dai padri, che fanno capo a Mons. Trossi, Ten. colonnello cappellano della Regia Marina e già capo dell’Assistenza Spirituale dell’A.O.I. il quale risiede ora al campo n. 353.

In tutti i campi (esclusi i più piccoli ove però il cappellano del campo principale si reca spesso a celebrarvi la Messa e ad assistere i prigionieri) vi è una chiesa per ogni sezione, per cui in alcuni si trovano anche 6 chiese. Esse, costruite anche in muratura, o, comunque, in legno, persino con facciata, testimoniano mirabilmente la nobile opera del sacerdote e il generoso concorso di tutta la sezione o

campo nell’arredamento e nella conservazione del Tempio di Dio: altari artisticamente ornati, statue e bassorilievi in pietra e in legno, pitture, arredi in stoffe, ecc. Ogni sera vi si recita il Rosario con la

Benedizione, oltre la celebrazione quotidiana della Messa, e vi sono feste varie per le più importanti ricorrenze. I cappellani tengono corsi catechistici e hanno organizzato scuole per analfabeti. Cospicuo e confortante il numero dei fedeli, che si estende sempre più.

Alcuni sacerdoti inglesi forniscono i nostri cappellani di quanto occorre per la celebrazione della Messa e la Comunione. È da segnalare il notevole contributo dato all’assistenza religiosa da S. E. Mons. Filippini, vescovo di Mogadiscio. Egli, dalla sua sede invia periodicamente ai cappellani gran copia di

libretti per le comunioni pasquali e natalizie, libri religiosi ed altro, che vengono distribuiti in tutti I campi.

Per l’ospedale di Nyeri, la Chiesa è stata molto aiutata dalla vicina Missione della Consolata, il Vicariato Apostolico di Nyeri, ove alcuni elementi del personale dell’ospedale possono recarsi a far visita.

Lo sport è molto diffuso, in specie il foot-ball, che tra praticanti e spettatori, distrae una gran massa di prigionieri. Sono frequenti incontri di football tra rappresentative italiane e inglesi. Sono praticati anche la scherma, l’atletica leggera, la ginnastica, il tennis, la palla a volo e la bocciofilia.

Ogni campo dispone di un teatro per ogni sezione, ugualmente l’ospedale. Occorrerebbe un volume per narrare quello che i prigionieri italiani hanno saputo costruire dal nulla, impiantando i teatri, con completezza e competenza: scenari, giuochi di luce, costumi, decorazioni, ecc. come si addice a un buon teatro di paese. Vengono rappresentati commedie, drammi, spettacoli di varietà, concerti e anche un’opera (data al eatro del campo ufficiali di Eldoret). Gli spettacoli teatrali attraggono anche pubblico inglese. Tutto è svolto rimanendo scrupolosamente nei limiti della morale.

In ogni campo sono state istituite delle biblioteche, con donazioni dei conviventi, con volumi raccolti in Etiopia e con i pochi pervenuti dall’Italia. Ma, tali biblioteche dovevano essere maggiormente dotate:

l’Italia ha troppo trascurato l’invio di libri nei campi di prigionia. Funzionano egregiamente delle scuole, dalle elementari alle medie superiori, e dei corsi di lingue estere.

Ciascun campo possiede alcuni apparecchi radio ed ascolta notizie dal Vaticano, da Londra e dall’America. Data la distanza non è possibile raccogliere le radiotrasmissioni italiane.

Il servizio postale è svolto dal PW Central Post Office (con personale italiano), istallato nel campo n. 351, e tutto il personale merita un vivo plauso, sia per la rapidità, che per l’esattezza del servizio stesso. La posta dall’Italia liberata vi giunge in relativo breve tempo, dal gennaio c. a.; ma, per le province di recente liberazione trascorrono troppi mesi (anche 4 o 5) prima della ricezione di una lettera.

Ritardi considerevoli subisce la posta da e per l’Italia occupata dai nemici e appena il 10% delle lettere spedite raggiunge il destinatario. In questi ultimi mesi la vita nei campi sta via via divenendo quieta e tranquilla, dopo il lungo periodo di pressione fascista (anche nei campi di

concentramento!) durato sino al 25 luglio 1943, e dopo il più tumultoso periodo successivo dell’armistizio, nel quale i gerarchi e organizzatori fascisti fecero del tutto per attrarre dalla parte nazi-fascista il maggior numero possibile di prigionieri, generando così l’aspra reazione della parte antifascista, con conseguenti gravi disordini, anche cruenti e mortali. Attualmente, una discreta epurazione ha ristabilito l’ordine; ma, continua la

sorda attività dei camuffati contro gli Alleati e gli Italiani del governo legittimo.

Servizio sanitario:

Lodevole anche il servizio sanitario, facente capo all’A.D.M.S. dell’E.A. Command e svolto da medici e personale italiani, che si sono sempre adoperati con competenza, zelo, sacrificio.

Il servizio sanitario è distribuito come segue:

1) Infermerie di campo, con adeguato numero di letti, sala operatoria per casi d’urgenza e per

interventi di modesta entità, laboratorio d’analisi, buona assistenza e vitto migliore che nei campi.

2) Ospedale del campo n. 356 di Eldoret: è l’infermeria elevata ad ospedale: è costruito in muratura ed è dotato di gabinetto radiologico, di laboratorio d’analisi e di un’attrezzata sala operatoria, che consente di effettuare qualsiasi genere di operazioni. Esso funziona pel campo 356 e fa il servizio radiologico anche per i campi viciniori. Il trattamento è quello di un ottimo ospedale.

3) Third General Hospital di Nyeri che, dall’agosto c.a., ha assunto il nome di « Italian Central Hospital » (non ancora in uso per gli indirizzi), alle dirette dipendenze dell’East Africa Command. È una vasta ottima organizzazione, trattandosi di un ospedale di 600 letti, con tutte le specialità: medicina, chirurgia, oculistica, otorinolaringoiatria, neuropsichiatria (150 letti) e tisiologia (70 letti) e fornito di gabinetto radiologico, batteriologico e odontoiatrico; mancano soltanto gli strumenti per le indagini urologiche, per le quali i pazienti vengono inviati all’ospedale inglese di Nairobi. I medici del 3.G.H. sono degli ottimi professionisti e l’assistenza prodigata agli ammalati è molto buona. Si può dire che tutte le forme di malattia siano state curate in quell’ospedale. Molto bassa la mortalità, che si aggira sull’1% del numero totale dei ricoverati.

4) Ospedale del campo 1-A di Nyeri, pei soli evacuati civili; organizzato per tutte le malattie, in collaborazione col 3rd General Hospital.

5) Ospedali inglesi di Nairobi, di Mombasa e di Gil-gil, che tengono a disposizione degli italiani un reparto e posti vari, per operazioni chirurgiche o altre malattie non curabili nelle infermerie dei vari campi viciniori oppure per indagini particolari e eventuale relativa terapia chirurgica, come nei casi urologici (ospedale di Nairobi). Tutto il personale è inglese e il trattamento è davvero ottimo.

6) Convalescenziario di Burguret (campo n. 359): dispone di 300 letti e vi sono ricoverati convalescenti dimessi dagli ospedali o dalle infermerie o cronici, delle categorie sottufficiali, truppa e civili. È sito in zona meravigliosa, bene organizzato e con ottimo vitto.

7) Convalescenziario di Eldoret (campo n. 356): di 100 letti, per soli ufficiali, anch’esso bene organizzato e gradito soggiorno per convalescenti o cronici.

Rimpatrio:

Il 14 settembre 1944 è sbarcato a Taranto uno scaglione di oltre 200 piloti e specialisti della Regia Aereonautica, rimpatriati dal Kenya quail volontari di guerra della loro arma. Avrebbero dovuto seguire ulteriori rimpatri del genere, ma, pare che essi siano stati sospesi, dopo consultazioni del governo italiano.

Il rimpatrio dei mutilati e invalidi e del personale protetto è stato ripreso nel settembre scorso, con lo sbarco a Taranto (29 settembre 1944) di circa 115 invalidi, oltre 2 medici e 10 infermieri restituiti per l’accompagnamento. Tali invalidi erano stati dichiarati rimpatriabili dalla Commissione internazionale medica, recatasi in Kenya nel giugno 1943. Sulla stessa nave ospedale sono stati imbarcati a Porto Said altri 270 invalidi provenienti dall’Egitto, anch’essi riconosciuti dalla Commissione internazionale.

Secondo quanto ha assicurato il Comando Sanitario britannico del Kenya, sarebbero seguiti presto i rimpatri degli altri invalidi riconosciuti dalla stessa Commissione, nel giugno 1943, mentre una commissione medica anglo-italiana avrebbe proceduto alla compilazione, con criteri diminore severità, delle liste di rimpatrio per tutti gli ammalati rimanenti, in modo da sfruttare ogni disponibilità di posti sulle navi ospedale di passaggio a Mombasa, dirette nel Mediterraneo.

Per gli altri prigionieri ed evacuati civili correva voce, nel Kenya, in questi ultimi tempi, di un prossimo inizio di rimpatri, con esclusione di quelli impiegati in lavori e dei puniti politici.


[Uff. Inf. Vat., 518, fasc. 26]