Prigionieri in Kenia

Di Aldo Manos

SCOPO DEL SITO

Questo sito si propone di raccogliere il maggior numero di notizie sui prigionieri di guerra italiani in Kenia durante la Seconda Guerra Mondiale , notizie che ora si si trovano sparse in varie fonti, spesso incomplete o addirittura sbagliate.

L’interesse dei famigliari per le vicende dei loro padri o dei loro nonni e’ tuttora vivo, come risulta dalla pubblicazione di libri di memorie, articoli di giornale e dalle richieste di informazioni che regolarmente pervengono all’Ambasciata d’Italia a Nairobi.

Si ringraziano fin d’ora quanti vorranno contribuire a rendere il sito sempre piu’ ricco di notizie, fornendo documenti, ricordi, fotografie e copia di corrispondenza, perche’ il ricordo degli oltre cinque anni di prigionia di oltre 50,000 connazionali non vada perduto e questo sito diventi un museo virtuale dei prigionieri italiani in Kenia.

Come ha scritto Elspeth Huxley nel suo libro “The flame trees of Thika” solo le storie inventate hanno una conclusione. Le storie vere non finiscono mai, almeno fino a quando i loro protagonisti non muoiono, e nemmeno allora, perche’ le cose che hanno fatto e quelle che non hanno fatto, qualche volta continuano a vivere.


Il nostro indirizzo e’ info@prigionieriinkenia.org


1. UN PO’ DI STORIA

La presenza italiana in Africa risale al 1885 quando il Governo Depretis decise la conquista dell’Eritrea con il suo porto di Massaua sul Mar Rosso. Nel 1889-90 si ebbe la prima colonia italiana in Somalia ( per distinguerla da quella francese e da quella inglese) sotto il Governo Crispi.

Nel 1911 il Governo Giolitti dichiaro’ guerra alla Turchia conquistando la Cirenaica e la Tripolitania che poi furono chiamate Libia.

Segui’ nel 1935-36 la presa dell’Abissinia da parte del Governo Mussolini. La guerra di Abissinia suscito’ violente condanne da parte degli altri Stati europei. Il Negus ando’ a Ginevra a perorare la sua causa davanti alla Societa’ delle Nazioni, che decise di punire l’aggressore con una serie di sanzioni economiche. Gli Stati europei chiusero un occhio sulle condizioni in cui il Negus teneva le sue popolazioni – uno dei primi atti della nuova amministrazione italiana fu di chiudere il fiorente mercato degli schiavi che operava nella citta’ di confine di Moyale – e naturalmente videro il fuscello nell’occhio dell’Italia, ignorando la trave nei loro propri occhi.

Allo scoppio della seconda guerra mondiale, infatti, tutta l’Africa era colonia delle principali potenze europee, con la sola eccezione della Liberia, costituita nel 1847 da schiavi liberati in America.

Si veda in Allegato come si presentava l’Africa all’inizio della seconda guerra mondiale.

La guerra in A.O.I.

Il 10 giugno 1940 Mussolini annunciava dal balcone di Palazzo Venezia l’entrata in guerra dell’Italia.

« La dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia. Scendiamo in campo contro le democrazie plutocratiche e reazionarie dell’Occidente, che, in ogni tempo, hanno ostacolato la marcia, e spesso insidiato l’esistenza medesima del popolo italiano. »

In Africa Orientale le forze in campo sembravano favorire l’Italia, e difatti a Nairobi le autorita’ britanniche cominciarono a bruciare gli archivi e preparare la ritirata. Ritenevano che l’Italia non avrebbe avuto alcuna difficolta’ ad invadere il Kenya e con la presa di Mombasa impedire agli Inglesi l’arrivo di rifornimenti. Invece i piani italiani prevedevano solamente una posizione di difesa, dopo una piccola avanzata per conquistare la meta’ inglese di Moyale, e l’arresto degli ufficiali inglesi con i quali i nostri ufficiali fino al giorno prima avevano giocato a carte e scambiato visite di cortesia.

Ecco come si presentavano le forze in campo: Per l’Italia: 255,950 uomini di cui Esercito 47,412 uomini CC.NN della Milizia 26,642 uomini Truppe coloniali 181, 895 uomini Le forze contrapposte contavano su 90,000 uomini cosi’ distribuiti: nel Sudan: 32.000 uomini, nel Kenia: 31.000 uomini, nel Somaliland: 7.000 uomini, ad Aden: 10.000 uomini, a Gibuti: 10.000 militari francesi. Anche la Royal Air Force si riteneva in condizioni di inferiorita’. La storia ufficiale della RAF e’ molto chiara a questo riguardo: ”Gli Italiani in Etiopia erano equipaggiati con aerei di gran lunga superiori e se ne avessero avuto la volonta’ e l’appoggio avrebbero potuto raggiungere facilmente i confini del Sud Africa. Ma non le hanno avute e i loro risultati in Africa Orientale sono stati piuttosto modesti.”

Genesta Hamilton, una ricca inglese residente in Kenia, scriveva nel suo diario: “Come mai gli Italiani non sono venuti a prendersi tutto il Kenia restera’ per sempre un mistero.”

Approfittando della insperata opportunita’ data loro di riorganizzarsi, fecero confluire su Mombasa truppe coloniali dalla Nigeria, Gold Coast, Nyasaland, Northern e Southern Rhodesia e dall’India, formando allo stesso tempo truppe Keniane, i Kenya African Rifles che avrebbero dato buona prova di se’ nella successiva campagna. Gli Inglesi avanzarono prima verso la Somalia , dove Mogadiscio cadde il 26 febbraio 1941.

LE STRADE IN A.O.I.

Un ufficiale inglese ha scritto: “ Passata la frontiera, la nostra avanzata e’ stata rapidissima, grazie alla magnifica rete stradale costruita dagli Italiani e ai depositi di carburante che via cadevano nelle nostre mani.”

Il 6 maggio 1941 cadeva Addis Abeba. Seguiranno poi la caduta dell’Amba Alagi con la resa del Duca d’Aosta, il 17 maggio 1941, quella del Passo Uolchefit il 28 settembre 1941, e quella definitiva di Gondar, il 27 novembre 1941, che poneva fine alla presenza italiana in Africa Orientale.

2. VERSO LA PRIGIONIA

La Convenzione di Ginevra del 1929 sul trattamento dei prigionieri di guerra

La resa Gondar (caposaldo Uolchefit). Soldati britannici presentano le armi a contrigente italiano

La resa dell'Amba Alagi. Il Duca d'Aosta passa in rassegna i militari britannici.

Dal momento della resa in poi i militari venivano a ricadere sotto le disposizioni della Convenzione di Ginevra del 1929, entrata in vigore il 17 giugno 1931, e di cui erano firmatarie le maggiori Potenze, con l’eccezione dell’URSS e del Giappone, che non avevano accettato le disposizioni relative alla possibilita’ di visita dei campi di prigionia da parte di rappresentanti delle Potenze Protettrici.

Naturalmente la Convenzione rappresentava un modello ideale di comportamento e, come ovvio, molte realta’se ne sono discostate notevolmente. Si legge nei libri di storia che ai difensori dell’Amba Alagi al momento della resa venne concesso l’onore delle armi, per cui poterono sfilare inquadrati salutati dai militari britannici.

Ecco cosa segui’ alla resa con l’onore delle armi all’ Amba Alagi, nei ricordi di Alfio Beretta:

« Subito dopo la cerimonia dell’onore delle armi che resta fermata da decine di scatti fotografici, i soldati italiani venivano affidati ad un sottufficiale britannico il quale si serviva dei suoi uomini di colore per la perquisizione e la disciplina. Come primo provvedimento i prigionieri venivano denudati, senza distinzione di eta’ o grado e alleggeriti di cio’ che possedevano : indumenti, ricordi personali… Tutto veniva tolto a titolo di Souvenir.»

L’Art. 6 della Convenzione prevedeva invece che « tutti gli effetti e oggetti di uso personale resteranno in possesso dei prigionieri. Le somme in denaro che portano seco non potranno essere loro tolte se non per ordine di ufficiale e dopo che ne sia stato constatato l’ammontare. Di esse sara’ rilasciata ricevuta. Le somme cosi’ tolte verranno portate a credito di ciascun prigioniero. I documenti di identita’, i distintivi del grado , le decorazioni, gli oggetti di valore non potranno essere tolte ai prigionieri per nessun motivo. »

I prigionieri in Abissinia vennero portati a marce forzate verso Addis Abeba dove vennero « attaccati con insulti dalla popolazione indigena eccitata ». Gli attacchi fecero un morto e molti feriti. L’ Art.2 prevedeva invece che « i prigionieri dovranno essere trattati sempre con umanita’ ed essere protetti specialmente dagli atti di violenza, dagli insulti e dalla pubblica curiosita’.»

Dal sud dell’Abissinia i prigionieri venivano avviati a piedi verso Mogadiscio e di la’ via nave verso Mombasa. Alfio Beretta descrive anche lo sbarco dei prigionieri a Mombasa. « A Mombasa c’era una colonna di autocarri, ma l’ufficiale inglese ordino’ che i POW raggiungessero il campo a piedi con il bagaglio in spalla, e cosi’ sfilammo per le strade attraversando la citta’. Un sottufficiale faceva avanzare i piu’ lenti a scudisciate, tra le risa e gli applausi degli scaricatori di porto che si divertivano a vedere un bianco preso a staffilate. »

Dal nord dell’Abissinia si cercava di trasportarli via terra, verso il centro di smistamento di Nanyuki in Kenya, ma le strade battute erano spesso intransitabili a causa delle piogge.

Ken Potter, un ex ufficiale britannico, descrive cosi’ un trasferimento: « I miei ordini erano di procurarmi tutti i camion civili che erano in maggioranza Lancia e Fiat da dieci tonnellate e caricarvi tutti i macchinari delle officine che potevamo caricare. Noi eravamo l’Unita’ officina e quindi partivamo per ultimi in modo da raccogliere quelli che si rompevano per strada. Avevamo messo insieme circa venti camion, moltissimi torni e frese, oltre a tanto materiale di officina. Tutto questo andava imballato in casse per proteggerlo da possibili danni durante il viaggio di tre settimane che ci aspettava. Finalmente il 21 febbraio 1941 siamo stati l’ultimo convoglio a partire da Addis Abeba per affrontare 2,000 chilometri di pista che ci separavano da Nairobi. Ci abbiamo messo 21 giorni. Mi ero portato dietro un gruppo di prigionieri italiani per farci da autisti, meccanici e per altri lavori. Il terzo giorno di viaggio ho scoperto che uno dei miei operai africani aveva nascosto in una cassa marcata « Pezzi di Ricambio» una prosperosa ragazza abissina, che era quasi morta per il caldo e la mancanza di acqua. Dopo averla fatta rinvenire, ce la siamo dovuta portare dietro perche’ eravamo in mezzo ad un deserto.»

A Mombasa esisteva un campo – senza numero – che serviva allo sbarco e smistamento dei prigionieri e al loro imbarco per altre destinazioni come il Sud Africa. A Nairobi venivano smistati i prigionieri verso gli altri campi al Nord e all’Est del Kenia.

I civili italiani provenienti dall’AOI erano internati separatamente dai prigionieri di guerra e designati in inglese come “evacuees”. Un campo per questi ultimi si trovava a Nairobi, un altro a Nyeri.

PRIGIONIA E MORTE DEL DUCA D’AOSTA

Amedeo di Savoia, Duca d’Aosta viene trasferito dall’Etiopia in aereo, prima a Khartoum, poi a Juba, e infine verso Nairobi. Viene registrato con il numero di matricola 11590 e trasferito in macchina a 70 chilometri di distanza nella Juja House, di proprieta’ del miliardario americano Lord William Northrop Macmillan.

Non gli era consentito di ricevere nessuno, ne’ di visitare il campo di prigionia 357 che si trovava a tre chilometri di distanza, e nemmeno di spingersi oltre 400 metri dalla casa. Durante la prigionia il Duca faceva attivita’ fisica e coltivava un piccolo lembo di terra. Ogni domenica, dal vicino campo 357 un cappellano si recava a Ol Donyo Sabuk per celebrare la messa.


Juja House fa parte della storia del Kenya. Arrivato in Kenya nel 1901 come militare, Macmillan aveva acquistato la piu’ estesa proprieta’ del paese nel mezzo della quale si innalza una montagna di 2,145 metri di altezza, l’Ol Donyo Sabuk, « la grande montagna » nella lingua Masai o Kilimambogo, « il monte dei bufali » in Swahili. La casa aveva accolto moltissimi ospiti di riguardo durante i loro safari in Kenya, come Theodore Roosevelt, Winston Churchill e altri, era servita come ospedale durante la Prima Guerra Mondiale, prima di essere destinata a prigione del Duca d’Aosta nel 1941- 42.

Nel 1953 la casa compare nel film “Mogambo” con Ava Garner, Grace Kelly e Clark Gable, diretto da John Ford.

Ammalatosi di tubercolosi e di malaria, le condizioni del Duca erano rapidamente peggiorate. Non gli e’ stato concesso di visitare il Campo vicino, ma ha potuto transitare lentamente in macchina per salutare i soldati assiepati dietro ai reticolati, prima di essere trasportato nella clinica Maya Carberry di Nairobi dove e’ morto.

Il Duca e’ stato sepolto in terra accanto ai morti del vicino Campo 362 di Thika, sotto una croce di legno bianca.

Nel 1955 la salma e’ stata trasportata nella Chiesa Ossario di Nyeri con una cerimonia presieduta dal senatore Teresio Guglielmone e dal generale degli Alpini Umberto Ricagno, alla presenza delle due figlie.

Gli Archivi Segreti Vaticani hanno reso noti i telegrammi con cui la notizia della morte di Amedeo di Savoia era stata comunicata alla madre e a Papa Pio XII. Il Papa ha scritto di lui : “Una bella figura di soldato, di uomo e di cristiano.”

In Italia il 3 marzo 1942 un telegramma della prefettura annunciava la morte, per malattia, del Duca d’Aosta in Kenya e ordinava la sospensione degli spettacoli pubblici e di esporre la bandiera a mezz’asta.

UN BICCHIERE DEL DUCA D’AOSTA


Dall’Inghilterra il sig. Luckhurst ci ha fatto pervenire la foto di questo bicchiere di cui era venuto in possesso suo zio, non ricorda in quale circostanza. Era appartenuto al Duca d’Aosta del quale porta incisi lo stemma e le iniziali. Gli siamo molto grati per la segnalazione e la foto che riproduciamo.

LA COSTRUZIONE DEI CAMPI

L’arrivo dei prigionieri aveva creato un grosso problema per le autorita’ britanniche poiche’ il loro numero superava l’intera popolazione bianca della colonia. In fretta vennero costruiti numerosi campi, alcuni di transito e smistamento e altri definitivi. I prigionieri vivevano in baracche di legno, con il pavimento di legno oppure di terra battuta. Gli ufficiali erano tenuti separati dai sottufficiali e militari semplici, nei campi di Eldoret e Londiani. Gli ufficiali avevano letti singoli, gli altri prigionieri letti a castello. Le baracche sono tutte scomparse, ma si possono vedere in qualche rara foto d’epoca. La costruzione doveva essere di tipo standard in tutto l’impero britannico perche’ se ne vede una esattamente uguale in una foto del campo di Yol in India. Da un libro di memorie apprendiamo che ogni baracca ospitava 28 prigionieri in quattordici letti a castello. Per ogni baracca veniva designato un “capo baracca” che serviva da tramite con le autorita’ del campo. I campi erano inoltre suddivisi in Sezioni, in inglese Compounds, e per il campo 356 di Eldoret conosciamo i nomi dei Generali responsabili per ciascuna Sezione.

I campi erano divisi in sezioni ( nella posta si legge di una Sez. F), o compound in inglese. Le condizioni climatiche dei vari campi erano molto diverse, ma il vento e il freddo erano presenti quasi dovunque. Si sa che molti prigionieri hanno subito diversi trasferimenti da un campo all’altro, per motivi non indicati. Un figlio ricorda che il padre dal novembre 1941 al novembre 1945 e’ stato in sei campi dei quali ricorda il numero e il nome. Ogni giorno, alle sette, c’era l’appello quotidiano. Alla lettura del suo nome ogni prigioniero doveva rispondere “presente!”. La maggior parte degli ufficiali passava il tempo nell’ozio piu’ assoluto, c’erano tuttavia molti ufficiali che, grazie alla propria sensibilita’, al proprio carattere, alla propria cultura, riuscivano ad affrontare meno penosamente il triste decorso del tempo: molti si dedicavano alla lettura, allo studio (particolarmente delle lingue), alcuni all’insegnamento, altri all’arte, altri allo sport.

Nei campi vennero affisse una serie di regole cui i prigionieri dovevano adeguarsi per non incorrere in punizioni.Nei campi inglesi, per esempio, era vietato disegnare segni come il fascio o la svastica, scrivere sigle e motti che riconducevano al fascismo, come PNF (Partito Nazionale Fascista), o « Me ne frego », era vietato urlare « Duce a noi », « Viva il Duce », o cantare Giovinezza, Deutchland Uber Alles o l’inno giapponese. Ai prigionieri italiani era pero’ concesso dire « Viva l’Italia », « Viva il re », « Viva il re imperatore » .

Per quanto riguarda il cibo, gli inglesi avevano scoperto che la dieta italiana era diversa dalla loro e che i prigionieri preferivano piu’ pane, minestre, maccheroni, e meno carne. « Quantita’ piuttosto che qualita’ », come si legge in un rapporto inglese dell’epoca. « Il porridge lo mangiano solo se hanno molta fame ». Un funzionario del War Office suggeriva una dieta con piu’ pane e minestre, anche perche’ sarebbe risultata piu’ economica di quella dei militari britannici. In Kenya i coloni Inglesi avevano scoperto che potevano far mangiare ai prigionieri carne di zebra e ne nacque una fiorente attivita’ per i giovani che andavano a sparare alle zebre che poi venivano scuoiate – si sa di un prigioniero italiano usato per questo lavoro – e la carne veniva poi seccata al sole.

Le guardie inglesi dei campi

Un inglese racconta : « Mio padre era un sergente britannico addetto alla guardia dei prigionieri. Non so dove si trovasse, so solo che era « vicino a Nairobi ». Ho avuto sempre l’impressione che la vita fosse abbastanza buona per tutti , gli italiani andavano d’accordo con gli inglesi, e viceversa. Mio padre ha riportato qualche fotografia di animali e ricordini fatti dalla gente Kikuyu.”

Un altro figlio ricorda : « Mio padre era stato in Africa Orientale di guardia ai prigionieri italiani nel Campo 366 di Jinja ed ha scritto le sue memorie, non pubblicate. Aveva un attendente italiano di nome Domenico che era originario della Calabria. Ho una foto piuttosto sfocata di Domenico.»

Si conosce anche il nome del colonnello Stitt, comandante del Campo 356 di Eldoret, quello del Col. Pennack, comandante de lcampo 360 di Ndarugu, del Col. Tucker, comandante del campo 365/8 di Londiani, e quello del Maggiore Kelly, comandante del Campo 361 di Kajiado, e del Col. FitzGerald, comandante del campo 359 di Burguret e di un Tenente Blencome nello stesso campo.

Si sa anche che il capitano Richard Gethin dell’East Africa Corps (1886 – 1976)era stato comandante di un campo di prigionieri di guerra italiani in Kenya, del quale non viene indicato il nome.

C’e’ una foto di gruppo delle guardie del campo 360, di Ndarugu, datata Natale ’42.

Nei ricordi di un prigioniero, riportati dalla figlia dopo molti decenni, appare una realta’ molto meno rosea.

“Si racconta che fra le più frequenti “torture” nel campo di concentramento ci fosse quella di mettere i prigionieri in cerchio sotto il sole dell’Africa e di spingerli con il calcio del fucile/baionetta, in modo da ridurli ad una massa umana sotto il sole cocente, nella speranza che qualcuno si arrendesse. Egli non cedette mai e rimase prigioniero fino al rientro in Italia nel 1947.”

Raccontava che nei campi di prigionia del Kenya le razioni di cibo, oltre ad essere scarse, consistevano per lo più in carne di zebra e gallette stantie, spesso ammuffite, e lui quelle se le metteva in tasca e le mangiava di notte, quando i morsi della fame si facevano più duri ed essendo buio non vedeva le camole sulle gallette.

Raccontava che in molti si suicidarono. Spesso quando ricevevano da casa notizie funeste riguardanti la famiglia: bombardamenti, morti, mogli che si mettevano con altri e, soprattutto nel nostro meridione, quando ci fu l’ondata di violenze dei soldati marocchini.

Raccontava che la cosa peggiore era il non sapere quanto sarebbe durata quella loro prigionia. “Noi stavamo peggio dei galeotti, perchè loro sanno quando usciranno, noi non lo sapevamo.”

Il Ten. Ferdinando Panciera ricorda nel Campo 365/8 Non Cooperatori di Londiani un Tenente polacco dell’esercito inglese e il Tenente Maltese La Ferla dell’Intelligence Service “ che ci odiava e ci perseguitava”

Il Ten. Panciera descrive con precisione nelle sue Memorie il recinto di sicurezza che circondava il campo 365/8 Non Cooperatori di Londiani: ” Il campo era circondato da un reticolato interno ed uno esterno e fra I due c’era un caminamento lungo il quale le guardie di colore facevano la spola avanti e indietro in settori ben definiti.”

Questa serie di reticolati si vede bene nel disegno che figura nel documento di Memorie.

“ Oltre il reticolato interno ed esterno c’era , all’interno del campo, un reticolato basso e leggero posto a m. 4.00 di distanza dal reticolato interno, e che rappresentava il limite non valicabile da parte dei prigionieri pena l’intervento armato delle sentinelle poste sui torrini degli angoli esterni del campo. (Cosi’ morirono purtroppo il Ten. Verdone e altri due di cui non ricordo il nome.)”

Nella Lista della Consolata figura infatti il S.Ten CORRADINO VERDONE, matricola 23434, morto il 3-2-1942, e sepolto nella Cappella IV, loculo 34 ( numero scritto a mano) della Chiesa Ossario di Nyeri.

I campi di prigionia in Kenia erano disposti lungo il tracciato della ferrovia a scartamento ridotto costruita dagli Inglesi, ed erano vicino alle stazioni.

La numerazione dei campi inizia da Nairobi (No. 351), ma non prosegue ordinatamente nelle due direttrici Uganda e Nanyuki. Si puo’ ritenere che i numeri venissero assegnati via via che i diversi campi venivano completati .

Nella serie dal 351 al 366 manca il numero 363. Questo numero era stato assegnato al campo di transito di Hargeisa nel Somaliland Britannico, dal quale i prigionieri italiani venivano avviati al porto di Bérbera per essere trasportati via nave a Mombasa.

LA FERROVIA DEL KENYA

La ferrovia che univa Mombasa all’Uganda, lunga 970 km, era stata costruita dagli Inglesi tra il 1885 e il 1901 con manodopera fatta venire dall’India. Si trattava di una linea a scartamento ridotto, e con binario unico che aveva dovuto superare notevoli dislivelli, compreso quella della Rift Valley. Molti all’epoca l’avevano considerate una spesa pazza e inutile, da cui il nome di Lunatic Express con il quale e’ spesso ricordata.



Ecco il dislivello superato dalla ferrovia dal Kenya all’Uganda. Le misure sono in piedi, da dividere per tre per ottenere l’altitudine in metri.

Questa ferrovia e’ stata utilizzata per trasportare I prigionieri di guerra dal porto di Mombasa ai vari campi di prigionia, tutti situati in prossimita’ delle stazioni. E’ stata anche utilizzata per i successivi trasferimenti tra i vari campi, cosa che pare avvenisse abbastanza di frequente.

E’ percio’ perlomeno curioso che non siamo riusciti a trovare una sola fotografia dell’imbarco o sbarco dei prigionieri dal treno, mentre sono numerose quelle che li ritraggono mentre si imbarcano o sbarcano dalle navi.

Qualcuno ci puo’ aiutare a ritrovare delle fotografie?

CIMIONI WA JONAH HA SCRITTO: C’ERANO MOLTI PRIGIONIERI DI GUERRA ITALIANI E UNO DI LORO SI E’ LANCIATO DA UN TRENO IN CORSA FRA LE STAZIONI DI KARATINA E SAGANA. HA TROVATO RIFUGIO PRESSO I MIEI BISNONNI. SEMBRAVA PRATICO DI MEDICINA DELLE ERBE E PER SDEBITARSI L’HA INSEGNATO A LORO.

3. I CAMPI DI PRIGIONIA IN KENIA

Campo di transito di MANDERA nel Somaliland britannico
Latitudine 9*54’13” N
Longitudine 44*42’49” E
Altitudine m 1000 slm
A 72 km dal porto di Berbera

MANDERA EVACUATION CAMP

Dobbiamo alla cortesia di Tom Lawrence, un residente inglese, la segnalazione del campo di smistamento di Mandera nel Somaliland Britannico, dove molti prigionieri hanno sostato prima dell’imbarco a Berbera per il porto di Mombasa.

Recentemente e’ stata messa in vendita su internet una mappa molto dettagliata del campo, disegnata a mano da un autore che si firma MD, al prezzo di $3,500.

Nella nota che accompagna la mappa viene indicata la posizione del campo a 72 km. da Berbera, e a meta’ strada fra Berbera e Hargeisa. Su Google Maps compare la localita’ di Mandheera ( ma pronuncia deve essere la stessa), con un compound rettangolare molto simile al campo. Forse solo una coincidenza. Il posto si presenta come desertico ed estremamente inospitale.

Il sig. Tom Lawrence ci ha fornito il prezioso documento che riproduciamo. L’autore della mappa e’ il Ten. Colonnello del Genio Dino Memmo che aveva seguito la costruzione del campo di Mandera . Il suo articolo contiene le mappe delle varie fasi di costruzione e disegni dei vari oggetti fabbricati nel campo con I mezzi di bordo.

Campo 351 – KABETE / NAIROBI
Latitudine 1° 24’ 28” S
Longitudine 36° 76’ 17” E
Altitudine 1700m. slm
Alla periferia di Nairobi

Alla periferia di Nairobi esisteva il Campo 351per prigionieri di guerra e il Campo #2 per evacuati civili.

L’ esatta ubicazione del campo di Kabete viene indicata in un blog in cui l’autore confessa di essere stato un ragazzo difficile – testa dura in Swahili – per cui era stato rinchiuso nella Kabete Approved School creata dale autorita’ britanniche tra il 1910 e il 1912. Si trattava di una vasta fattoria di 250 acri (100 ettari) lungo la Lower Kabete Road, trasformata in campo di prigionia durante la guerra e poi riportata alla destinazione originale.

Si tratta di un collegio e scuola elementare che ospita un centinaio di bambini di strada, vittime spesso di violenze e abusi famigliari. Il punto GPS dell’ex campo 351 e’ il seguente 1°14’0” S 36°43’0” E.

Foto di tre ufficiali italiani presso il POW Camp 351 di Nairobi nel 1944-45, in forza al Regimental Pay Corp. Al centro si riconosce il tenente di Cavalleria Silvio Campioni.

Collezione Angelo Chemello

UN CAMPO SENZA NUMERO?

Il signor Zanelli ci ha inviato una serie di fotografie di suo padre Lorenzo (Renzo) durante la prigionia in Kenya. Due di queste, che riproduciamo di seguito, portano l’indicazione “Viale principale del 351 POW cancello nord Nairobi” e “ Comp. 351 sez. C Nairobi“.

Ora nessuno dei due campi finora identificati, di Kabete e di Ruaraka , si trovavano a Sud della citta’ per giustificare un “cancello nord Nairobi”.

Riguardando la mappa dei campi che risale al tempo di guerra scopriamo la presenza di un terzo campo di prigionieri, marcato con la lettera maiuscola I , la cui posizione e caratteristiche fisiche combaciano. Si trovava nella zona che nel 1946 e’ diventata parte del Parco Nazionale di Nairobi.

Chi avesse notizie piu’ precise e’ vivamente pregato di farcele avere.

FOTO DI GRUPPO CON CANE

Chi ci segue avra’ notato la foto scattata nel Campo di Eldoret nella quale compare un barboncino bianco.

Riceviamo ora dal signor Zanelli alcune foto di suo padre con diversi compagni di prigionia nella quale compare di nuovo questo simpatico cagnolino, pero’ in un altro campo, questa volta di tende. In un’altra foto lo ritroviamo in braccio al. Era chiaramente il suo cagnolino privato, non una mascotte del campo.


Mario Rocco

Tra I prigionieri del Campo di Kabete prima di essere trasferito in Sud Africa c’era anche Mario Rocco ufficiale di cavalleria nella prima Guerra mondiale. Era giunto in Kenya nel 1928 con la moglie Giselle Banau-Varilla, francese gia’ allieva di Rodin, per un lungo safari, aveva comperato una farm sulle rive del lago di Naivasha, ma nel 1941 come cittadino nemico era stato internato e le sue proprieta’ confiscate. I loro tre figli, Doriano, Mirella e Fiammetta hanno tutti lasciato un segno nella storia del Kenya.

Gli Archivi del Comitato Internazionale della Croce Rossa ci hanno fornito cortesemente questa foto scattata nel Campo 351 poco prima del rimpatrio dei prigionieri.

I numerosi musicisti presenti tra I prigionieri hanno dato vita, sottola guida del Maestro Gagliano, alla prima orchestra sinfonica in Kenia.

Molti ricercatori italiani hanno potuto collaborare con il museo di storia naturale di Nairobi al quale hanno dato importanti contributi.

Squadra di calcio

C’era una squadra di calcio G.S.Ruaraka, dal nome di un quartiere di Nairobi vicino al campo d’aviazione di Eastleigh

Cerchiamo notizie di eventuali altre squadre di calcio, nonche’ di attivita’ svolte dai prigionieri italiani a Nairobi e dintorni.

Prostitute

Uno studio pubblicato da Luise White nel 1990 sulla prostituzione a Nairobi durante la Seconda Guerra Mondiale racconta di rapporti fra prigionieri italiani e donne locali nel quartiere a luci rosse di Shauri Moyo e Pumwani, dove si erano verificati spesso scontri tra Italiani e militari del Gold Coast Regiment (ora Ghana) e quelli keniani del Kings’s African Rifles. Nel campo i prigionieri disponevano sempre di preservative, il che – nota la White – sta a indicare una certa tolleranza da parte delle autorita’ o per lo meno delle guardie che frequentavano anch’esse queste donne e dovevano ricevere regali o compensi per lasciar uscire I prigionieri.

Il libro riferisce delle tariffe ridotte praticate ai prigionieri – 2 shellini – e l’uso di alcuni di avere appuntamenti a giorni fissi con donne particolari, alle quali fornivano lenzuola sottratte al campo. Dato pero’ che le lenzuola portavano impresso il numero di matricola del prigioniero, le donne dovevano far attenzione a far trovare a ciascun prigioniero le “sue” lenzuola per evitare litigi.

L’autrice cita i ricordi di una ex lavoratrice del sesso, Zeina Kachui: “Quando c’erano qui gli Italiani, quelli si’ che erano giorni ricchi per le donne. Sapete, il lavoro viene quando ci sono problemi e la guerra era un problema, ma quando c’erano gli Italiani io non avevo problemi.”

Missionari della Consolata

Tutti I missionari della Consolata (vedi elenco in Allegato), in quanto cittadini italiani, sono stati internati il primo giorno di guerra e avevano avuto mezz’ora di tempo per raccogliere le loro cose. Erano stati internati a Nairobi prima di essere trasferiti in Sud Africa. Narra uno di loro: “ Quando ci portavano a passeggiare fuori dal campo sotto scorta, noi fingevamo di cantare in Swahili, lingua che le nostre guardie Inglesi non conoscevano, e cosi’ ci rivolgevamo ai passanti chiedendo “Come va la missione? Come stanno le nostre suore?”.

DUE CAPPELLANI MILITARI DELLA CHIESA EVANGELICA VALDESE

Il Pastore Giovanni Bertinotti e il Pastore Edoardo Micol erano missionari valdesi in Eritrea. Richiamati alle armi nel 1940, fatti prigionieri, sono stati entrambi inviati in prigionia in Kenya dove sono rimasti per sei anni.

IL SERVIZIO POSTALE

A Nairobi veniva effettuato lo smistamento della posta in arrive per tutti I campi del Kenia.

“Il servizio postale è svolto dal PW Central Post Office (con personale italiano), istallato nel campo n. 351, e tutto il personale merita un vivo plauso, sia per la rapidità, che per l’esattezza del servizio stesso.” (Dalla Relazione Melis)

Lavoro dei prigionieri

Dopo l’8 settembre 1943 I prigionieri che avevano accettato di collaborare sono stati impiegati in numerose attivita’ del posto. Il Rapporto Melis riporta che a Nairobi dei 3000 prigionieri presenti quasi tutti si erano espressi per la monarchia.

Nella base della RAF a Eastleigh, alla periferia est della citta’, dove si trovava il primo aeroporto di Nairobi, molti prigionieri sono stati impiegati nelle riparazioni dei motori d’aereo.

Nel Museo Virtuale Kresy Siberia che conserva la memoria dei Polacchi che hanno combattuto in patria e all’estero ci sono molte fotografie delle ragazze polacche che hanno lavorato nella base della RAF di Eastleigh a Nairobi durante la Seconda Guerra Mondiale. C’e’ una foto di gruppo del 1943 dove se ne contano almeno sessanta, e una scena che deve essere stata familiare ai prigionieri italiani. Non abbiamo trovato invece foto che ritraggono prigionieri italiani nel campo d’aviazione di Eastleigh.

Il campo di Ruaraka

La pianta indica dove si trova il campo di aviazione di Eastleigh e, in alto a destra, la zona di Ruaraka.

Il retro della foto e' stato molto ingrandito per facilitare la lettura dei nomi

Campo 352 – NAIVASHA / MORENDAT
Latitudine 0° 67’ 11” S
Longitudine 36° 38’ 64” E
Altitudine 2000m slm
170 km distanza da Nairobi

Dopo l’8 settembre 1943 a Naivasha (10.000 prigionieri) una piccola percentuale restò fascista(Rapporto Melis).


La posta dei prigionieri

Riproduciamo una lettera spedita da un prigioniero del campo 352 di Naivasha, uno dei piu’ grandi in Kenia. Si noti la Sezione G, ce n’erano dunque almeno sette.

Prigionieri a Naivasha con il cappellano Padre Graziani

Il sig. Angelo Chemello ci scrive: : ” In questa occasione le allego l’immagine di un quadretto allestito da un reduce.

Si tratta del soldato Armando Benvenuti, originario di Barbarano (VI), in forza al 10° Reggimento Granatieri di Savoia stanziato ad Addis Abeba ed inquadrato nella Brigata omonima , diventata poi Divisione.

Dal quadretto si evincono dei particolari assolutamente preziosi:

Il santino dell’Immacolata Concezione è incorniciato da un lamierino di recupero, per proteggerlo dal deterioramento causato dai numerosi trasferimenti del prigioniero. Nella parte superiore era presente della celluloide, poi completamente disgregata.

Gli alamari rosso-blu posti a fianco del santino, sono quelli esclusivi dei Granatieri di Savoia.

Il fregio metallico di fattura assai artigianale, è stato ricavato dal fondello di un barattolo di alluminio

Il quadretto riassume dieci anni di vita del soldato, dal 1936 al 1946: la Guerra, sei campi di prigionia in Kenya piu' quelli in Inghilterra.

L’oggetto esagonale in cartone pressato è la tessera identificativa del Soldato Armando BENVENUTI, prigioniero nel Pow’s camp di Naivasha: camp 352 – pow 16130.

Collezione A.Chemello

Campo 353 – GILGIL
Latitudine 0° 13’ 0” S
Longitudine 36° 38’ 0” E
Altitudine 2000m. slm
180 km distanza da Nairobi

L’ubicazione estta del campo non ci e’ nota. E’ probabile che occupasse l’area della caserma attuale (Gilgil Fighting Barraks, sulla mappa) data anche la vicinanza della stazione ferroviaria.

Gli Archivi del Comitato Internazionale della Croce Rossa possiedono diverse foto del campo di Gilgil, che ci hanno permesso cortesemente di riprodurre.

Il campo 353 di Gilgil ospitava 250 prigionieri italiani, tra i quali c’erano molti operai specializzati. Sono loro che hanno costruito i ponti sui fiumi Malewa e Moridat, che sono ancora in uso, pur essendo stati riparati da allora. Hanno anche costruito strade asfaltate e asfaltato il campo per le esercitazioni militari della caserma di Gilgil. Si puo’ concludere che i prigionieri italiani hanno contribuito allo sviluppo attuale della citta’ di Gilgil costruendo l’infrastruttura che forma la base di quella attuale . (Dalla Relazione Melis)

Mons. Trossi, Ten. colonnello cappellano della Regia Marina e già capo dell’Assistenza Spirituale dell’A.O.I. risiede ora al campo n. 353.

Dopo l’8 settembre 1943 a Gilgil (3500) l’80 per cento dei prigionieri si dichiaro’ fascista. (Dal Rapporto Melis)

Il circuito Langalanga

La rivista Old Africa N. 89 (giugno-luglio 2020) riporta una lettera di Geoff Nightingale, che ricorda il vecchio circuito di Gilgil chiamato Langalanga ( in Masai “in giro in giro) dove negli anni Cinquanta si svolgevano corse di auto e moto. La strada, scrive, correva lungo un lato del vecchio Campo di Prigionieri di Guerra. Il circuito e’ stato chiuso nel 1956 a seguito di un incidente mortale, e successivamente spostato, con lo stesso nome, nei pressi del lago Nakuru.

Standing on a bit of broken-up tarmac road above Gilgil last week, it was hard to believe that 60 years before this was the place for Kenya’s ‘Petrol Heads’ to gather on weekends and race around the three mile track in MG-T series sports cars. Old Africa reader, Harry Vialou Clark, drove us around the track in the comfort of his air conditioned Pajero and he assured me that he had been present as a twelve-year old at the last race day held at Gilgil’s Langalanga track in 1952. There was a fatal accident that day and the track was closed. Another race track was opened later at Nakuru, also called Langalanga, from a Maasai word loosely translated to mean going around and around. Harry and his wife Allison and friends who are part of the Kariandusi School Trust and the Langalanga Scholarship Fund have been starting schools and sponsoring school fees for students in the area – and a quality primary and secondary school have been both been built inside what was the old Langalanga race track. You can read more about the projects and how to help when you read out article about Langalanga schools and the old racetrack in the April-May issue of Old Africa.

Una passeggiata fuori dal campo

La Prince of Wales School di Kabete era stata istituita nel 1931 dalle autorita’ britanniche come scuola secondaria per i ragazzi inglesi della Colonia. Nel 1942 un gruppo di allievi si vantava di avere “ catturato dei prigionieri italiani”. In gita una domenica si erano imbattuti in un gruppo di prigionieri e avevano segnalato il fatto al preside che aveva avvertito le autorita’. Piu’ che di fuga si era trattato di una “passeggiata non autorizzata” fuori dal campo di Gilgil, al quale dovettero presto fare rientro.

Altra breve “fuga”

Il Dott. Balletto (quello della Fuga sul Kenya ) un giorno fuggì dal campo di Gilgil per andare a trovare un amico genovese in un altro campo, credo a Naivasha. Passò con lui un giorno e rientrò clandestinamente come era uscito, dopo oltre ventiquattro ore di marcia fuori ogni sentiero e una nuova sfida alle sentinelle armate. Il comando inglese neppure si sarebbe accorto della sua assenza se non ci fosse stata la solita spiata.

Posta dei prigionieri

Ecco una lettera spedita ad un prigioniero nel campo di Gilgil

Un testimone d’eccezione

A fine 1941 arriva nel campo di Gilgil Giuseppe Scannella, siciliano di Campofranco in provincia di Caltanissetta.

“Entrare in questo enorme campo di prigionìa N° 353 di Gilgil, ci fa una certa sensazione perché non immaginiamo ancora il sistema di vita e le condizioni ambientali cui saremo sottoposti né tantomeno la durata di tale stato di privazione della libertà. La prima cosa che si nota è senz’altro costituita dalle dimensioni veramente eccezionali: qui trovano posto ben 4.000 prigionieri distribuiti in tre campi riuniti, separati soltanto da un semplice reticolato. Di questi, il primo è il più in vista, mentre il terzo, essendo su un piano sottomesso rispetto agli altri due, è il più defilato e poco visibile. Ogni campo presenta un numero imprecisato di baracche, all’interno delle quali ci sono gruppi di due letti sovrapposti a castello; per sopperire poi alle necessità più gravi o urgenti, c’è anche un complesso ospedaliero suddiviso in due sezioni: quella gestita da personale italiano e l’altra da personale inlgese (vedi foto n° 62). Io vengo assegnato al Campo N°1 – Baracca n°78, dove scelgo subito il letto inferiore vicino all’ingresso. Preso posto, immediatamente slaccio le scarpe troppo strette per i soldi nascosti, che trovo tutti bagnati di sudore ma per fortuna non rovinati. Mentre sistemo il tutto alla meglio, veniamo chiamati per il rancio: una cucchiaiata di riso con un po’ di verdura, 2 patate, 2 pezzettini di carne ed una fettina di pane.” Osservatore attento descrive persone e avvenimenti con precisione fotografica, senza pregiudizi, e senza mai perdere la sua dignita’. Protesta presso il comandante del campo perche’ gli erano stati sottratti dalle guardie alcuni orologi e li rivuole. “Ma come osa darci dei ladri – gli fa il comandante.” “Lo dico perche’ e’ vero” e ottiene di essere rimborsato

Nel campo riprende la sua professione di orologiaio e perfino gli ufficiali inglesi gli affidano i propri orologi. Fa un prestito a un prigioniero siciliano che non conosce; il padre di quest’ultimo lo rimborsera’ alla sua famiglia.

Le sue memorie sono apparse a puntate sul mensile “ La Voce di Campofranco”, e cerchiamo di ottenere le fotografie che Giuseppe Scannella aveva riportato dalla prigionia: la chiesa costruita dai prigionieri, gli spalti per assistere alle attivita’ sportive.

“Memorie d’Africa” sono state pubblicate dal figlio Vincenzo nel 2011.

Giuseppe Scannella, scultore

Giuseppe Scannella scrive di una chiesa costruita dai prigionieri nel Campo No. 2 di Gilgil e descrive un bassorilievo in legno scolpito da lui e raffigurante un Cristo morente. L’opera, esposta alla Mostra Nazionale del Kenya nel 1943, ricevera’ il 1° Premio. Successivamente scolpira’ una Madonna di Lourdes, aiutato da un compagno di prigionia, Vincenzo Di Lena da Mussomeli. Le opere sono riprodotte nel suo libro Memorie d’Africa.

Prigionieri Israeliani

Dopo il rimpatrio dei prigionieri italiani le autorita’ britanniche, che all’epoca esercitavano il Mandato sulla Palestina, hanno utilizzato il campo di Gilgil per rinchiudervi numerosi immigrati ebrei, accusati di terrorismo.

Dopo un po’ le guardie britanniche del Campo si erano stancate delle continue richieste dei prigionieri israeliani e hanno permesso alla comunita’ ebraica di Nairobi, che allora contava circa 150 famiglie, di assistere I loro correligionari. La comunita’ ha creato un Centro per insegnare loro diversi mestieri al fine di tenerli occupati, oltre ad incoraggiare pratiche culturali e religiose ebraiche.

Comunque, cinque detenuti guidati da Yaakov Maridor sono riusciti a fuggire con l’aiuto di un rabbino Sud Africano e la loro fuga e’ stata riportata da diverse testate internazionali, tra cui l’inglese Daily Mail.

Il 12 luglio 1948 il loro esilio africano ebbe fine, e 262 internati del Campo di Gil Gil hanno potuto raggiungere le acque territoriali dello Stato di Isrele creato dalle Nazioni Unite.

Campo 354 – NANYUKI
Latitudine 0° 01’ 0″N
Longitudine 37° 04’22” E
Altitudine 1946 m. slm
195 km distanza da Nairobi

Una coppia di Sudafricani, Willem ed Eva Louw, che hanno percorso mille chilometri in bicicletta, scrivono il 17 marzo 2017 nel loro blog : “ siamo passati vicino ad una immensa (huge in inglese) base militare inglese vicino a Nanyuki, e crediamo che questa fosse la stessa area su cui sorgeva il campo di prigionia della seconda Guerra Mondiale”.

In un altro blog, dedicato all’aviazione militare del Kenya, leggiamo invece che “ l’ex campo di prigionia 354 era diventato dopo la guerra un punto dui rifornimento della Shell/BP per gli aerei diretti verso la frontiera a nord. Poi ha preso nome di Laikipia Air Base, e si trova a 8 km. da Nanyuki.”

A Nanyuki, capolinea del tronco ferroviario proveniente da Nairobi, vi è il campo (una volta di 3 mila prigionieri civili) n. 354, in cui sono stati concentrati quasi 800 civili prigionieri politici. Nello stesso distretto sono piccoli campi di lavoratori militari e la grande officina « 48 G.T.» di riparazioni autoveicoli, ove cooperano 200 operai italiani. (Dalla Relazione Melis)

Trovata su internet senza indicazione di origine , questa imagine del campo di Nanyuki ha sullo sfondo ben visibile il Monte Kenya.

Fuga sul Kenia – 17 giorni di liberta’

Nel campo di Nanyuki e’ stata preparata e portata a termine la piu’ famosa fuga da un campo di prigionia in Kenia. Felice Benuzzi, triestino, il dott. Balletto e Enzo Barsotti hanno organizzato con mezzi di fortuna e nella massima segretezza una scalata alla cima del Monte Kenya , durata diciassette giorni, e conclusa con il loro rientro volontario.

L'ufficiale comandante del campo si chiamava Roberts.

Per preparare la scalata Benuzzi disponeva solo di una riproduzione della montagna che figurava sulla etichetta di una scatola di carne e verdure prodotta in Sud Africa.

Ecco l’etichetta che e’ servita a Felice Benuzzi per progettare la scalata. Ci e’ stata fornita cortesemente dal Centro Documentazione del Museo Nazionale della Montagna – CAI Torino, che ringraziamo vivamente.

IL TIMES DI LONDRA

Anche il Times di Londra ha dato notizia della scalata dei tre prigionieri italiani con questa simpatico commento. “Il Kenya e’ in debito verso I prigionieri italiani che hanno costruito l’unica strada decente della nostra Colonia. Ora I tre prigionieri di guerra italiani sono in debito verso il Kenya per la piu’ bella avventura della loro vita.” La notizia della scalata figura su una copertina della Tribuna Illustrata e su quella dell’Illustrazione del popolo del tempo. Il libro di Benuzzi, pubblicato in inglese e in italiano, ha avuto grande fortuna. Tradotto in francese e in tedesco, ha avuto diverse edizioni italiane ed ha ispirato due film girati in Kenia. Il dott. Adriano Landra e’ stato il primo italiano ad arrampicarsi sul Monte Kenia dopo la scalata leggendaria di Benuzzi e Balletto. “Nel raggiungere Point Lenana , dove anni prima I miei connazionali avevano issato il Tricolore – racconta Landra – trovai piantati nella roccia i ramponi usati dai due prigionieri. Li riconobbi perche erano stati fabbricati con le scatole di tonno e sardine , come mi avevano raccontato. Piu’ avanti c’era anche un pezzo di corda. Sono tra i cimeli piu’ cari che conservo.”

Posta dei prigionieri

Ecco una cartolina spedita dal campo 354 Sezione D, di Nanyuki

Mt. Kenya dal campo di Nanyuki

Un tratto della vecchia ferrovia presso Nanyuki

Una visione tragica della prigionia

Il monte Kenya in un quadro di Felice Benuzzi

Il sig. Angelo Chemello, che ringraziamo sentitamente, ci scrive

A questo proposito le allego due immagini di oggetti assai rari, prodotti in loco dai POW italiani. Un bottone metallico e una tessera in legno-vetro. Quest’ultima mi è stata donata dagli eredi del soldato Ettore Schiavon di Padova, classe 1911. Schiavon era un soldato della Divisione Sabauda, con cui aveva combattuto per la conquista del’Abissinia nel 35-36. Era poi rimasto in Abissinia presso la “Colonia Agricola di Olettà”, sino alla cattura da parte britannica avvenuta nell’aprile 1941

La tesserina riporta delle indicazioni assai preziose: il legno è di Grevillea robusta, una specie non autoctona importata largamente dai britannici durante il loro periodo coloniale. Il vetro scheggiato non è tagliato al diamante, ma grattato con mezzi di fortuna. La parte sottostante di colore celeste riporta la siglia NC, cioè non cooperante, con i due trasferimenti del prigioniero: Nanyuki e Njeri, dal 1941 al 1946. Nella parte destra sopra il numero di matricola del POW, la bandiera italiana è riportata al contrario e senza stemma sabaudo (tutto chiaro no?), con la scritta “NON PIEGO”.

Ricordiamo che il sig.Chemello ha volute ripercorrere i luoghi dove era stato prigioniero suo zio, con la vecchia ferrovia da Mombasa a Nairobi, poi in macchina fino a Nanyuki e a Nord fino a Jinja in Uganda. Il viaggio e’ descritto in un suo articolo che compare nella Bibliografia.

Collezione privata

Collezione Angelo Chemello

Campo 355 – NYERI
Latitudine 0° 24’ 59” N
Longitudine 36° 56’ 59” S
Altitudine 1773 m. slm
150 km distanza da Nairobi

Il campo 355 di Nyeri si trovava in realta’ lontano 10 km dalla citta’ di Nyeri, vicino al villaggio di Kiganjo, a Nyeri Station, alla stazione del treno che da Nairobi proseguiva verso Nanyuki (Campo 354) .

Sul luogo del campo di prigionia ora sorge il Kiganjo Police Training College. Un centro di addestramento della polizia era stato istituito a Nairobi gia’ nel 1911. Nel 1948 il Centro si e’ trasferito da Nairobi a Kiganjo, Nyeri in quello che era stato un campo di prigionieri di guerra italiani.

Campi di Internati Civili

Nei pressi della stazione di Nyeri sono situati il 3rd General Hospital con la sezione destinata agli italiani, e i due campi, n. 1-A e n. 1-B, di evacuati civili, distanti 3 km. l’uno dall’altro. È questo uno dei distretti più belli della Colonia e, con Nairobi, dal clima migliore. I civili internati nei due campi assommano a quasi 4000. Dal Rapporto Melis.

Henry de Monfreid ricorda

A Nyeri i civili italiani sono cinquemila, ci sono delle coppie, volendo si può migliorare il vitto con piccoli orti di fortuna, lontano dalle baracche. C'è chi si è costruito una capanna con scatole di latte condensato, chi con i resti di casse assemblati ad arte, chi con minuscoli mattoni provenienti da un forno costruito ad hoc. C'è una zona adibita a quartiere di caffè e ristoranti, dove alcuni civili fanno da gestori, c'è anche chi ha adibito una baracca a sartoria... È il piccolo mondo italiano di Harar trasportato a migliaia di chilometri e che faticosamente si industria ad ammazzare il tempo aspettando il rimpatrio. Un padre cappuccino, padre Michelangelo, barba rossa, cranio rasato, fa da capocampo, mantiene in alto i cuori e sorveglia come può la morale di un agglomerato umano dove le donne sole, perché il marito è un POW, o perché non sposate, sono sì separate dagli uomini, ma rappresentano uno strano miscuglio dove le domestiche, divenute capibaracca, danno ordini alle padrone di un tempo, le prostitute riscoprono il piacere di essere soltanto delle fidanzate, qualche "signora bene" scopre il fascino del "proibito"…

Ospedali

Third General Hospital di Nyeri che, dall’agosto c.a., ha assunto il nome di « Italian Central Hospital » (non ancora in uso per gli indirizzi), alle dirette dipendenze dell’East Africa Command. È una vasta ottima organizzazione, trattandosi di un ospedale di 600 letti, con tutte le specialità: medicina, chirurgia, oculistica, otorinolaringoiatria, neuropsichiatria (150 letti) e tisiologia (70 letti) e fornito di gabinetto radiologico, batteriologico e odontoiatrico; mancano soltanto gli strumenti per le indagini urologiche, per le quali i pazienti vengono inviati all’ospedale inglese di Nairobi. I medici del 3.G.H. sono degli ottimi professionisti e l’assistenza prodigata agli ammalati è molto buona

Per l’ospedale di Nyeri, la Chiesa è stata molto aiutata dalla vicina Missione della Consolata, il Vicariato Apostolico di Nyeri, ove alcuni elementi del personale dell’ospedale possono recarsi a far visita.

Lord Baden-Powell

A Nyeri si era ritirato a vivere, nel 1939 nel Paxtu cottage, Lord Baden-Powell, fondatore del movimento dei Boy Scouts. E’ morto nel 1941 ed e’ sepolto nel cimitero vicino.

Squadre di calcio

A Nyeri c’erano due squadre di calcio di prigionieri italiani, la A.S. Libertas Nova, e il G.S.Vittoria, la prima vincitrice della Coppa Castellani nel 1942 e di du campionati di calcio nel 1943 e 1944.

La posta dei prigionieri

Ecco due esempi di corrispondenza inviata ad evacuati civili del campo 1 A e 1 B di Nyeri.

Sacrario Militare Italiano di Nyeri

Per raggiungere il Sacrario Militare Italiano di Nyeri uscire dalla citta’ sulla C70 (ripida discesa verso il ponte sul fiume Chania). In cima alla altrettanto ripida salita prendere la strada a sinistra, e subito dopo nuovamente a sinistra. Ai due incroci non c’e’ segnalazione del Sacrario che si trova sulla destra, ben segnalato, a circa 4 km. dall’incrocio, su terreni della Consolata.

PEDERZOLI Luigi, P.O.W. 18962

Luigi Pederzoli fu fatto prigioniero a Gimma nel giugno del 1941 e da Mombasa fu portato a Naivasha, e poi Eldoret, Nanyuki, Jingia, Nyeri e infine a Zonderwater SA. Rimpatriato nel gennaio 1947. La signora Luisa Pederzoli ( Emily Spenser) , figlia di questo prigioniero, ha volute ricordarne la vita e la prigionia con un e-book nel quale ha raccolto memorie, fotografie e documenti della sua vita in Africa Orientale, poi in prigionia in Kenya e in Sud Africa, prima del ritorno in Italia dove ha finalmente trascorso una vita felice e serena. Non e’ un romanzo, ma un atto d’amore filiale del quale raccomandiamo la lettura a quanti volessero rendersi conto del lavoro, dei sacrifici, della forza di volonta’ sostenuta dall’amore della famiglia di un prigioniero. Grazie, signora, per averci permesso di includerlo negli Allegati.

Campo 356 – ELDORET
Latitudine 0° 31’13” N
Longitudine 35° 16’11″ E
Altitudine 2116 m slm
310 km distanza da Nairobi

L’ubicazione esatta del campo 356 di Eldoret non ci e’ nota.

Ma un libro di memorie di coloni inglesi ricorda che “prima della guerra c’erano le corse dei cavalli a Eldoret, ma il bell’ ippodromo del Uasin Gishu Racing Club e’ diventato un campo di prigionieri durante le guerra e le corse non sono piu’riprese”.

“Racecourse” o campo corse e’ il nome di un distretto elettorale della citta’ di Eldoret, il nome di una scuola, e di un ospedale.

Ringraziamo l’ing. Alessandro Ando’ per la cartina che pubblichiamo, che individua l’ubicazione del campo 356 nel luogo del vecchio ippodromo di Eldoret, ora scomparso.

Nel campo n. 356 di Eldoret vivono circa 3.500 ufficiali, con quasi 1000 uomini di truppa, che sono addetti ai servizi del campo. Il numero degli ufficiali ha subito solo una lieve riduzione, poiché molto limitato è stato il loro impiego e il loro esodo oltremare. È un campo leggermente migliore degli altri rispetto agli impianti e in genere sotto ogni altro rapporto, essendo l’unico campo ufficiali con quello di Londiani. Vi sono mense, sale da studio, una specie di università con corsi di varie discipline, Quattro Chiese, campi e sale per gli sports, quattro teatri, ecc. Gli ufficiali possono uscire a passeggio per alcune miglia lungo una strada delle belle campagne circostanti. (Dal Rapporto Melis)

Gli Archivi della Croce Rossa Internazionale di Ginevra ci hanno cortesemente concesso di riprodurre una foto delle baracche del campo 356 di Eldoret.

Foto del Gruppo ufficiali italiani della baracca 10/B del POW Camp di Eldoret, anno 1943.

Collezione Angelo Chemello

Il comandante del campo

Si conosce il nome del comandante inglese del campo356, il Colonnello Stitt. br> Si sa anche che militari ugandesi erano adibiti a servizio di guardia al campo di Eldoret.

Il comando generale del campo

Dopo la morte del Duca d’Aosta il comando venne assunto dal Generale Nasi che produsse come primo atto nel giugno del ’42 l’accordo di Eldoret concernente l’impiego di prigionieri in attivita’ lavorative che non avessero rapporto con le attivita’ di Guerra.

Nel campo 356 di Eldoret venne costituito il comando generale dei campi di cui facevano parte quattro sottocomandi. Il Generale di Corpo d’Armata Scala divenne il comandante generale dei campi. I sottocomandi erano diretti dal Generale di divisione d’area Sabatini per il campo A, dai Generali Jaume, Sirigatti e Bertello per il campo B, dal Generala Zauli per il campo C, e dai Generali Pialorsi e Tosti per il campo D.

Ospedale e convalescenziario

Ospedale del campo n. 356 di Eldoret: è l’infermeria elevata ad ospedale: è costruito in muratura ed è dotato di gabinetto radiologico, di laboratorio d’analisi e di un’attrezzata sala operatoria, che consente di effettuare qualsiasi genere di operazioni. Esso funziona pel campo 356 e fa il servizio radiologico anche per i campi viciniori. Il trattamento è quello di un ottimo ospedale

Convalescenziario di Eldoret (campo n. 356): di 100 letti, per soli ufficiali, anch’esso bene organizzato e gradito soggiorno per convalescenti o cronici. (Dal Rapporto Melis)

Lezioni nel Campo di Eldoret

Ringraziamo il professor Adolfo Santini per il materiale che ha volute cortesemente inviarci relativo alla prigionia di suo padre, il tenente di Artiglieria di Complemento Ivo Santini, POW 35126 a Eldoret. Si tratta di alcune interessanti novita’per il nostro sito, come un quaderno distribuito ai prigionieri stampato a Bombay in India! Troviamo per la prima volta un quaderno “Stampato appositamente per il Campo di prigionia di Eldoret” a Nakuru.

Abbiamo le note che il Tenente Santini aveva predisposto per le lezioni che si tenevano nel Campo. Sono le sue note manoscritte, con numerose illustrazioni tecniche, che lo indicano come istruttore e non come allievo, data la sua lunga esperienza precedente in materia di costruzioni edili e stradali in Italia e in Africa Orientale. E sono state scritte senza disporre di manuali . Riproduciamo una sua Nota, destinata presumibilmente al Comando del Campo, con le sue qualifiche ed esperienze di lavoro.

Il sig. A. Chemello ci invia queste informazioni sulla vita nel Campo di Eldoret

Eldoret: come sicuramente saprà questo grande campo, allestito presso il campo corse ubicato sulla strada tra Eldoret e Kisumu, era diviso in più recinti. Il recinto minore conteneva gli ufficiali superiori italiani, definiti dagli ufficiali inferiori “i Licaoni”, perchè le distribuzioni di vestiario e vettovaglie iniziavano sempre dai superiori, che regolarmente si accaparravano le maggiori quantità e le maggiori qualità. Quello che avanzava veniva distribuito nei recinti degli ufficiali inferiori. Soltanto chi decise di cooperare con l’amministrazione britannica ricevette del vestiario decoroso. A questo proposito le invio la foto di uno scorcio del campo di Eldoret scattata da me nel 2004-2005. Le invio inoltre la foto del maggiore di Cavalleria Nicola Toriello, POW a Eldoret nel 1944, che veste una divisa di foggia assai britannica.

Squadre di calcio: ad Eldoret operavano regolarmente due squadre italiane di POW. Quella composta dagli ufficiali si chiamava “i picchiatelli” ed aveva come capo cannoniere Walter Vincentelli, che lei ha già menzionato nella biografia. Vi era anche una squadra saltuaria composta da graduati e soldati britannici, che però perdeva spesso, forse per la scadente qualità atletica dei partecipanti.

Scherma: ad Eldoret, ma probabilmente anche negli altri campi di detenzione degli ufficiali italiani, vi erano dei corsi e tornei di scherma. Questi venivano organizzati prioritariamente dagli ufficiali di Cavalleria, in quanto erano tra i pochi ad aver ricevuto la regolare istruzione durante il corso militare.

Lezioni: così come per le lezioni di di lingua (inglese, spagnola, swahili, portoghese, araba, etc) e di letteratura curate da ex insegnanti italiani richiamati alle armi, alcuni ufficiali di Stato Maggiore organizzavano delle lezioni di tattica militare antica, trattando le biografie di Von Clausewitz, Cesare, Napoleone, etc. Spesso a queste lezioni partecipavano anche dei giovani ufficiali britannici, che peraltro si chiedevano cosa ci facessero in Kenya dei prigionieri così eruditi.

Stampa: nella sezione B del campo di Eldoret fu organizzato un foglio informativo di carattere satirico chiamto “Dieci Bi” cioè come la baracca che ospitava la redazione. Questo era curato da Guido Costabile che aveva come pseudonimo Mahmud, cioè un funzionario della banca d’Italia in AOI richiamato alle armi nel 1940. Questo giornale peraltro permesso dalle autorità britanniche, non smise di uscire al rientro dei POW in Patria, ma funzionò sino ad alcuni anni fa quale collegamento tra i commilitoni della baracca 10 b. Credo sia possibile recuperare alcune immagini presso alcuni amici che acquisirono quel fondo alla morte di Coastabile.

Ricordi di testimoni oculari

Il tenente colonnello Egidio Furcas arriva in Kenia dopo essere stato fatto prigioniero in Etiopia il 22 maggio 1941 in un reggimento comandato dal tenente colonnello Alberto Cherosu: ‘Nel campo di Eldoret oltre alle baracche-alloggio, c’erano la mensa, la cucina, gli ambulatori, i servizi igienici, le docce, i lavatoi, i campi di calcio e tennis e una gabbia fatta con robusti tronchi dove, dagli Inglesi, venne allevata una leonessa”. ‘Le baracche, in ognuna delle quali eravamo alloggiati in 28, avevano le pareti di juta inchiodate a pali con un zoccolo di catrame dell’altezza di metri 1,50 e il tetto in lamiera ondulata. I letti erano a castello con le strutture di legno. Le reti e i materassi erano in fibre tessili, ricavate probabilmente dall’agave e dove per anni, fino all’arrivo del Ddt, costituivano il pasto delle cimici”. Egidio Furcas scrive: ‘Il primo giugno 1955 ci riunimmo a Brescia. Ricordando gli anni dal ’41 al ’46 trascorsi al 356 del Prisoner of War Camp di Eldoret facemmo rinascere il circolo culturale della 10/B dove, per tenere alto il morale si cercava di svolgere attività artistiche e sportive. Anche il Capitano Giovanni Piva descrive nelle sue memorie il suo arrivo e la sua lunga permanenza nel campo di Eldoret. Sempre nel campo, Paolino Onofri parla del suo orologio Cugola – una marca sulla quale da tempo cerchiamo notizie.

UN BAMBINO RICORDA

Un nostro vicino di casa, il sig. Dawson, Inglese nato in Kenya, ci ha detto che da ragazzo tre prigionieri di guerra hanno lavorato nella farm di suo padre a Eldoret e ancora oggi ne ricorda i nomi: Gaggero, Cortona e Facco! “Una volta, mentre mio padre mi accompagnava in collegio in Inghilterra, ci siamo fermati a Roma per fare visita al sig. Facco”.

UNA LUNGA FUGA IN TRENO

Ando’ male al maggiore Nino Pasti che, fuggito dal campo di Eldoret, nascosto su un treno merci, attraverso’ l’Uganda e il Congo Belga. La sua meta agognata era l’Angola, colonia portoghese, ma fu acciuffato a cento chilometri dalla meta.

SPETTACOLI TEATRALI NEL CAMPO DI ELDORET

IL QUARTETTO BORODIN

Nel 2018 la ricercatrice Elena Bellina ha pubblicato sull’autorevole PAJ – A Journal of Performance and Art dell’MIT Press (Massachusetts Institute of Technology) un articolo nel quale fornisce dettagliate informazioni sulle rappresentazioni teatrali nel campo di Eldoret. L’articolo e’ citato nella Bibliografia. Da una memoria inedita del cap. Mario Felli intitolata “How I saw a corner of Africa” (Come ho visto un angolo d’Africa, ) si scopre che nel 1942 quest’ultimo, assieme al fratello ten. Giorgio Felli, al ten. Visentin e al ten. De Poltronieri avevano creato il quartetto Borodin. Dal sipario ancora chiuso facevano spuntare, una dopo l’altra, le loro teste sovrapposte gridando ogni volta più forte : Borodin, Borodin. L’attenzione del pubblico era assicurata. Poi entravano in scena con grandi custodie per strumenti musicali dai quali estraevano piccolissimi strumenti, disponendo su grandi leggii spartiti in formato cartolina. Avevano composto la “ Canzone del POWiere” della quale cerchiamo le parole in italiano. Una traduzione in inglese e’ riportata nell’articolo.

Un pittore a Eldoret

Il Tenente Giuseppe BALBO, pittore, era stato ufficiale delle truppe coloniali in AOI, prigioniero prima a Mombasa poi a Eldoret.

In prigionia, continua la sua attività artistica: dipinge ritratti di compagni di prigionia, crea una scuola di pittura e scultura per quelli che desiderano accostarsi all’arte; collabora con sue scenografie a spettacoli teatrali per i prigionieri. Rientrato nella nativa Bordighera, Balbo e’ tra gli organizzatori del gruppo Pittori della domenica, promuove la mostra della Nuova Pittura Americana che fara’ conoscere in Italia l’opera di Jackson Pollock, Robert Motherwell, Clyfford Still, William Baziotes, Mark Rothko e che attira la presenza di personalita’ come Jean Cocteau e Peggy Guggenheim. Muore nel 1980.

Riproduciamo un intenso autritratto e due acquarelli di Giuseppe Balbo dipinti nel campo di Eldoret che colgono le atmosfere colorate e luminose dei paesaggi africani. Quando era prigioniero nel campo di Eldoret ha anche realizzato opere per i vescovadi di Nyeri (1942) e di Kisumu (1943). Ha lasciato , inoltre, sue opere nel Loreto Convent di Eldoret.

Molte sue opera si possono ammirare in internet.

FELICE “CINO” CANTIMORI

Giunto in Etiopia nel '37 e trattenuto in Africa dalla guerra, seguita dalla lunga prigionia (Kenya, 1941-1946),

Il 22 maggio del 1941 fu catturato dagli inglesi che lo internarono a Lafaruk (Somalia Britannica), poi a Gilgil (Kenya), quindi, dopo l'armistizio dell'8 settembre 43, poiché Cino non aveva nessuna intenzione di collaborare con loro, in altri campi di prigionia sempre in Kenya: prima a Londiani, quindi a Eldoret, nel cui campo 256 continuò a dipingere, collaborando agli spettacoli teatrali per i prigionieri e decorando il teatro.

Lì incontrò un capitano genovese, il quale, ironia della sorte, era stato arbitro della partita di calcio Russi -Forlì disputata il 22 maggio 1932 al Ghigi (per la cronaca i forlivesi vinsero 2 a 0), durante la quale fu ferito alla testa da una sassata. Beh, superato il primo momento di rabbia e imbarazzo, i due diventarono amici fraterni.

L'artista ha fatto rientro a Roma nel '46, dove ha conosciuto i protagonisti dell'arte italiana del dopoguerra come Guttuso, Mirko, Mazzacurati, ma, insofferente agli orientamenti dell'arte italiana di quegli anni, nel 1948 ha scelto di tornare in Kenya.

Da allora è vissuto in East Africa (Uganda, Kenia, Tanzania), fissando lo studio nel complesso dell'Uganda Clays presso Kampala e dedicandosi totalmente alla pittura, sempre in assoluta libertà, per seguire la propria poetica, affascinato dalla bellezza della natura equatoriale e dalla forza espressiva di luce e colore.

Negli anni '60 ha esposto con successo a Roma e in diverse città italiane (un breve scritto di Guttuso ha accompagnato il suo esordio nella capitale nel 1961).

I legami con la Romagna e il paese natale, Russi, sono rinati nel 1969, quando in collaborazione con la Pro Loco, l'artista vi ha tenuto la sua più grande personale, presentata in catalogo da Riccardo Bacchelli. Nel 1984 Cino ha fatto ritorno in Romagna, stabilendosi a Russi, dove ha vissuto l'ultimo fecondo periodo della sua lunga attività pittorica, conclusasi sul finire del 1988.

Il Museo Civico gli dedica una sala unitamente al pittore Silvio Gordini.

Ingegneri e periti minerari

Le baracche di Eldoret (Kenya) e Alberto Parodi in prigionia – il terzo in piedi da sinistra

Nel Campo di Eldoret il destino ha riunito un folto gruppo di ingegneri e periti minerari italiani che avevano effettuato importanti esplorazioni in AOI sotto la guida di Ardito Desio. Sara’ Ardito Desio nel 1954 ad organizzare la conquista del K2 da parte di Compagnoni e Lacedelli. Si tratta degli ingg. Pollini, Parodi, Rubini, dei Periti Minerari Zugno, Manca, Maschio, Puliga (che morira’ in prigionia ed e’ tumulato nel Sacrario Militare di Nyeri), De Pellegrini, Pierelli e D’Indri.

Queste preziose informazioni ci sono state fornite da Aurelio Fadda, che ringraziamo sentitamente. Il testo integrale e’ riprodotto negli Allegati del sito. Contiene la foto di ciascuno e notizie sulla loro formazione, ricerche in Etiopia, esperienze di guerra e di prigionia, nonche’ sulle attivita’ svolte dopo il loro rientro in patria. Il material e’ tratto dal suo libro “L’Africa di mio Padre. 10 anni di lavoro, guerra e prigionia fra Africa e India. 1936-1946”.

UNA BORRACCIA RADIO.. ATTIVA

“Le tribolazioni aguzzano il cervello” diceva Renzo, di manzoniana memoria, ed è vero. Un tecnico, nel campo, con mezzi rudimentali aveva costruito un apparecchio radio, con il quale, ogni sera, sapevamo l’andamento delle operazioni militari sui vari fronti. Se le notizie era buone, il trombettiere suonava il silenzio fuori ordinanza, migliorando l’umore e sollevando gli animi. L’apparecchio era nascosto, dentro una borraccia, in precedenza spaccata a metà. Dopo l’uso, essa tornava alla sua forma originale e il proprietario l’appendeva al palo della sua branda. Gli inglesi non riuscirono mai a trovarla. Il caldo umido, le zanzare e i fischi, simili a colpi di martello, dell’uccello martello, rendevano la notte tormentosa. Non riuscendo a dormire, una notte mi alzai ed incontrai il maggiore De Luca di Amaseno (FR) al quale dissi: “che disdetta! Qui non c’è neppure un sasso, per far tacere quel maledetto uccello!”

Squadra di calcio

Su internet troviamo che a Eldoret c’era una squadra di calcio chiamata “La vecia mata” della quale era segretario Osvaldo Perla.

Cerchiamo notizie su altre squadre di calcio.

Fughe

Dal campo di Eldoret ha avuto luogo una delle fughe piu’ rocambolesche, quella del principe Vanni Corsini e altri quattro prigionieri, dal Kenia fino al Mozambico distante 2800 km. Questa straordinaria vicenda vide coinvolti anche i tenenti Franco Tonelli, Mario Bonioli, il capitano Amedeo Marsaglia e l’allievo ufficiale Girolamo Nucci.

Contrasti nel campo

Dopo il 13 marzo 1943, data della proclamazione del governo Badoglio, i contrasti tra gli ufficiali fascisti e antifascisti divennero insostenibili e al fine di placare gli animi le autorita’ decisero di trasferire il Generale Gastaldi, antifascista e cooperante dichiarato, all’aeroporto di Eastleigh a Nairobi.

Nel 1944 a Eldoret (3,500 prigionieri) tre quarti erano per il re, un quarto per Mussolini. (Dal Rapporto Melis)

Dopo i prigionieri … i principi.

Le baracche abbandonate dopo il rimpatrio dei prigionieri sono servite ancora per un po’.Il principe Eustace Sapieha, discendente da una delle piu’ famose famiglie nobili polacche, e’ arrivato in Kenya nel 1948 dopo anni di prigionia in Siberia, con la famiglia e senza un soldo. Ha pensato di mettere su una segheria a Eldoret, dove sono stati inizialmente ospitati da un Europeo. Scoprono a poca distanza l’ex campo di prigionia 356 , con le baracche in uno stato di completo abbandono, ma con il tetto ancora buono.

Scrive il principe nel suo libro di memorie: “Ne’ l’esercito ne’ l’amministrazione sembravano interessarsene , per cui abbiamo scelto una baracca tra quelle che si estendevano per oltre cento metri, e mia madre, mia moglie incinta all’ottavo mese ed io ci siamo messi al lavoro. Abbiamo scoperto che l’acqua era ancora allacciata e l’abbiamo fatta arrivare fino alla nostra baracca. Abbiamo pulito il vecchio gabinetto esterno a caduta, ritagliando dei cuori sulla porta per mostrare se era occupato , e preso a prestito qualche mobile di legno dal nostro amico, abbiamo messo su casa.”

Campo 357 MITUBIRI
Latitudine 0° 59’ 48″S
Longitudine 37° 7’ 50″E
Altitudine 1473 m. slm
40 km distanza da Nairobi

L‘esatta ubicazione del campo non ci e’ nota.

L’ultimo saluto ai prigionieri

Il campo 357 era il piu’ vicino al monte Ol Donyo Sabuk dove si trovava prigioniero il Duca d’Aosta. Al momento del suo trasferimento alla clinica di Nairobi dove sarebbe morto poco tempo dopo, il Duca ha potuto transitare in macchina lungo questo campo per dare un ultimo saluto ai soldati assiepati dietro ai reticolati.

Eventi successivi all’8 settembre 1943

Il Rapporto Melis scrive che nel campo 357 di Mitubiri su 3500 prigionieri 150 “restarono fedeli a Mussolini”.

Campo 358 – MAKINDU
Latitudine 2° 16’ 39” S
Longitudine 37° 49’ 29” E
Altitudine 1070 m. slm
171 km distanza da Nairobi

L’esatta ubicazione del campo non ci e’ nota. Non doveva essere lontano dalla stazione ferroviaria e dal Tempio indiano. A Makindu gli Indiani di religione Sikh avevano costruito gia’ nel 1926 un tempio, molto visitato ancora oggi.

IL CAMPO DI MAKINDU DESCRITTO DA DE MONFREID

“Al mattino, ai primi raggi del sole, su un'immensa pianura di erba giallastra, una stazione sembra annunciarsi con i suoi serbatoi zincati dell'acqua. Ma no, è la periferia di una città dice qualcuno, invece è un campo di prigionia, centinaia di baracche in cartone catramato che si allineano su chilometri quadrati. Poveracci, pensa de Monfreid, vivere in questo deserto... Quando lo fanno scendere, comincia a capire che in quel deserto ci dovrà vivere lui. È il campo di Makindu, un quadrilatero immenso diviso in venti settori recintati, ciascuno di trenta o quaranta baracche. Al centro, un campo di calcio con degli altoparlanti che, ogni sera, diffondono le notizie dell'Eiar di Roma. I bollettini trionfali dell'offensiva in Cirenaica, della caduta di Sebastopoli, dell'ecatombe di navi alleate nel mar Caspio, Ovazioni entusiaste li accolgono, sotto lo sguardo impassibile dei sorveglianti. È il 17 giugno del 1942 e capisce che gli inglesi vinceranno la guerra...”

Nel campo di Makindu e’ stato internato brevemente, tresferito dall’Uganda, il giudice maltese Sir Arturo Mercieca. Nelle sue memorie ricorda che “ ogni giorno venivano accesi dei fuochi per tenere lontani gli animali selvaggi dalle abitazioni”. Ricorda anche di aver visto il monte Kilimanjaro con la cima coperta di neve. E’ stato rimpatriato da Mombasa su una nave di lusso, il Batory, insieme a prigionieri italiani e polacchi.

Sir Arturo Mercieca e’ stato presidente della Corte Suprema (Chief Justice ) di Malta dal 1924 al 1940 quando e’ stato internato dalle autorita’ inglesi perche’ filo-italiano. E’ stato anche il fondatore della piu’ vecchia Unione Studentesca universitaria d’Europa, il Malta’s National University Students’ Council.


IL MONTE KILIMANJARO VISTO DAL CAMPO 358 DI MAKINDU

Il sig. G. Andrea Bizio Gradenigo ci scrive:

“Vi mando un disegno che fece mio Padre, prigioniero nel campo di concentramento di Makindo (allora scriveva così) in Kenia: con pochi pastelli e matite fece un disegno del profilo del Kilimagiaro, come lui lo vedeva dal campo”.

UNA FUGA FINITA IN TRAGEDIA

Nel maggio 1942 cinque prigionieri fuggirono dal campo 358 di Makindu ma si smarrirono nella zona del Kilimanjaro e incontrarono una sorte avversa. Quattro di essi, affamati e in preda alla disperazione, si impiccarono a un albero. Il quinto, Ernesto Tossi, fu salvato da un pastore indigen. Fu lo stesso Tossi a descrivere la sua avventura al quotidiano di Nairobi ”The Sunday Post”.

Non lontano c’era un campo volante a Mackinnon Road, sempre sulla strada Nairobi-Mombasa. Roy Ashworth ricorda che ancora nel 1950 c’erano nel campo almeno tre prigionieri italiani che si rifiutavano di partire! Dopo il rimpatrio dei prigionieri italiani il campo di Makindu e’ stato adattato per accogliere sette-ottocento ragazze polacche e in tutto vi sono transitate circa trecento famiglie prima di essere trasferite in Inghilterra.

Ecco una lettera spedita dal Campo di Makindu

Campo 359 – BURGURET
Latitudine 00° 60’ 00” S
Longitudine 37° 02’ 00” E
Altitudine 1872 m. slm
207 km distanza da Nairobi

L’esatta ubicazione del campo non ci e’ nota Non e’ stata trovata alcuna foto del campo.

Un campo costruito sul passaggio degli elefanti

Richard Allen, figlio di un ufficiale addetto al campo di Burguret , racconta nelle sue memorie che “gli Italiani avevano avviato delle coltivazioni di fiori e di ortaggi fuori dal campo, che erano state devastate da due migrazioni di elefanti tra il monte Kenya e la catena degli Aberdares, facendo scempio per ben quattro volte dei fiori e degli orti e abbattendo le recinzioni del campo. Recinzioni e orti sono stati ricostruiti ogni volta e nessun prigioniero era fuggito.”

A distanza di anni gli elefanti non hanno ancora perso il vizio. Nel novembre del 2018 un abitante della zona scriveva:

“Nella sola scorsa settimana gli elefanti hanno invaso ogni giorno I campi dei residenti di Ragati e Guara Burguret e le guardie non hanno risposto alle grida dei contadini.

Noi chiediamo un intervento urgente per risolvere la situazione. Si noti che abbiamo sofferto perdite di milioni per non dire miliardi di shellini negli ultimi venti anni o piu’.

Il numero degli elefanti e’ diminuito tremendamente e pensavamo che il Kenya Wildlife Service fosse interessato a proteggerli invece di lasciarli aggirarsi liberamente nei nostri villaggi. (Peter Waiguru Muthungu)”

Un teatro anche a burguret?

Il colonnello T.O.FitzGerald, comandante del campo di Burguret.

Posta dei prigionieri

Riproduciamo una lettera proveniente dal campo 359, Sezione F, di Burguret.

Dopo l’8 settembre 1943

Nel Rapporto Melis si legge che a Burguret (10,000) solo una cinquantina si mantennero fedeli a Mussolini. Nel campo di Burguret si sono svolti gli scontri piu’ violenti fra sostenitori e oppositori del nuovo corso, con feriti e morti. Nel campo di Burguret sono stati prodotti con mezzi di fortuna dei distintivi. Eccone riprodotto uno messo recentemente in vendita su eBay. Questo distintivo si riferisce al Partito Fascista Repubblicano (PFR) creato nel Nord Italia nel settembre 1943 e disciolto nell’aprile 1945.

Attivita’ e avvenimenti

Il nipote di Ravo Mattoni ricorda il nonno:

“In molti dipinti sono riportati luoghi e date precise. Per esempio, è certo che tra il ’43 e il ’45 mio nonno fu prigioniero a Pow Camp, Londiani ed Eldoret, in Kenya”.

“Stando ai dipinti e ai racconti di mia nonna, si può dire che si viveva in condizioni migliori rispetto ai lager nazisti. In molti quadri, realizzati per lo più su vecchie tavolozze con la tecnica della pittura a olio, si vedono uomini passeggiare, anche se circondati da filo spinato. Gli inglesi, comunque, davano ai prigionieri la possibilità di coltivare un orto e di dedicarsi ad altre attività.

Ma spesso accadevano anche episodi cruenti. Uno di questi è rappresentato nel quadro “Il tribunale di Burghuret”, dove si vede un uomo pronto a frustare un prigioniero sotto la supervisione degli inglesi. In un altro disegno mio nonno racconta anche il tentativo di alcuni ufficiali di costruire una radio rudimentale per cercare di ottenere informazioni sulla guerra”.

“E’ tornato in Italia nel 1947, dopo due anni di viaggio. E continuò a dedicarsi alla pittura, raccontando ciò che gli era successo soprattutto con le illustrazioni Lavazza dedicate al Duca d’Aosta, con il quale condivise parte del suo destino di prigioniero in Africa Orientale. Certo, quell’esperienza lo segnò profondamente. In un altro dipinto, per esempio, è raffigurato il sogno di un soldato devastato dall’orrore della guerra”.

Medici e ospedali

Il dott. Camillo Tenconi e’ stato inchiuso come prigioniero di guerra nel campo numero 359 di Burguret, l’inferno di Burguret come lo chiamavano, e siccome era l’unico medico presente, fatto subito Responsabile dell’Ospedale da campo

500 metri distante dal campo, vi è un convalescenziario di 400 letti, ottimo sotto tutti gli aspetti. (Dal Rapporto Melis)

Un’altra ascensione al Monte Kenia

J.H.Howard ha scalato il Monte Kenya in compagnia di due Italiani.

“Il 13 febbraio 1945 ho lasciato Nanyuki accompagnato dal sig. Gabrioli, una guida italiana dal campo di prigionia di Burguret, e dal sig. Cattaneo, un artista dal campo evacuati civili di Nanyuki. Gabrioli era da Bormio nella Valtellina. Cattaneo ha eseguito molti disegni, fino a venti al giorno, durante la scalata.”

Un’altra testimonianza

La Casa d’Aste Von Morenberg di Trento ha messo recentemente in vendita un album di acquarelli dipinti nel campo di Burguret nel 1943. Riproduciamo la descrizione e due dei disegni di questo album

Album di acquarelli. Scene di vita in un campo di prigionia della Seconda Guerra Mondiale. Teatro dei prigionieri, Burguret, Kenia, 1943. Album di arte originale, contiene dodici fogli in cui l’artista descrive gli aspetti piu’ frivoli e sostenibili della vita di prigioniero, I travestimenti per spettacoli teatrali, le code per il cibo, Resi con un tocco leggero ed economica di mezzi, le scene rievocano il musical South Pacific, e possiedono la dinamica narrative di Norman Rockwell, il che puo’ sorprendere dato che l’artista era un Italiano. Burguret, dove l’album e’ stato creato, era un campo di prigionia situato in Kenia. Sebbene tutti I fogli siano firmati, e’ impossibile leggere la firma. In una nota che compare sul primo foglio un certo Italo Pugliese dedica l’album a un certo Tenente Blencome il quale “ Con la sua generosita’ ha reso la mia prigionia un po’ piu’ gradevole.”. Le parole che seguono sono illeggibili e rendono difficile identificare in modo definitive i soggetti. Tuttavia l’abilita’ e la grazia dei disegni sono innegabili, e rendono inestimabile questa descrizione contemporanea della vita in un campo di prigionia, chiunque ne fosse l’autore. La rilegatura dell’album e’ molto sporca. Le graffette che tengono insieme le pagine sono arrugginite, e due fogli sono staccati. Piccole macchie sui fogli. Album rettangolare di 10×7 pollici, 27×18 centimetri. Ottima rilegatura in tela. (#001983) $1,750 A £1,160.

Due mobilieri italiani

Nel 1942 una famiglia inglese residente Nanyuki aveva fatto costruire nel campo 359 di Burguret un mobile angoliera che ancora oggi (l’articolo di Jerry High e’ del 2017) si trova a casa loro come mobile bar. Due prigionieri italiani avevano messo su quella che era praticamente un’ azienda, SANFILIPPO & SCADUTO *Mobili*, e li firmavano – come facevano gli antichi ebanisti – apponendovi una targhetta con i loro nomi.

BURGURET OGGI

Oggi rimangono poche tracce della presenza del Campo 359 di Burguret. Dobbiamo alla cortesia di Tom Lawrence una serie di fotografie scattate recentemente. Il cartello e’ chiarissimo: si tratta della diga costruita dai prigionieri italiani, oggi, a detta dei locali, infestata da coccodrilli! Restano solo rari mattoni di un posto che e’ stato testimone di tanti scontri fra prigionieri.

Campo 360 – NDARUGU
Latitudine 0°57’0″ S
Longitudine 36°49’00” E
Altitudine 1513m slm
30 km distanza da Nairobi

Il campo 360 di Ndarugu ospitava oltre 10,000 prigionieri italiani ed e’ il solo che non sia stato completamente trasformato dallo sviluppo urbano. Situato a soli 45 km da Nairobi, a poca distanza dalla superstrada che unisce la capitale alla citta’ di Thika, sorge pero’ su di una collina che viene sfruttata come cava di pietre con moderni macchinari. In futuro il monumento rischia di venire abbattuto.

Dopo circa un’ora siamo ripartiti e, poco dopo l’uscita dalla stazione, il treno, invece di proseguire per Mombasa, ha svoltato a sinistra prendendo la linea di Thika. Qui il paesaggio era costituito quasi esclusivamente da praterie incolte con qualche villa lungo la linea. A sinistra, poco lontano da Nairobi, con l’Aeroporto con alcuni velivoli sul campo. Abbiamo passato Nahawa (KAHAWA) (5.053 p.) e Ruiria (RUIRO)(5.011 p.). Lungo la linea, altro campo di reclutamento per indigeni.

A circa 30 miglia da Nairobi, prima di Ndarugu, (NDARUGO stone Quarry?) ad alcune centinaia di metri dalla ferrovia, era il nostro nuovo campo. A lato della stessa ferrovia, correva una polverosa strada carrozzabile.

Ndarugu, campo di prigionia 360

Appena si è fermato, erano forse le nove, il convoglio è stato circondato dai cucuia. A destra il terreno scendeva per circa cento metri, fino ad un torrente gonfio di acque limacciose; lungo lo stesso torrente, sulla riva opposta, una serie di orti, al di la dei quali correva la strada che conduceva al campo, posto sopra ad una collina; all’arrivo del treno, molti prigionieri si erano assiepati lungo i reticolati. Ci hanno fatti scendere e disporre in fila per ordine alfabetico con una gran confusione e perdita di tempo, poiché non riuscivano a pronunciare le lettere dei nostri nomi in modo corretto. A gruppi di sessanta, è iniziata la marcia verso il campo. Quando è arrivato il turno del mio gruppo, già la maggioranza era passata per la strada di fronte ed era scomparsa dietro le ba­racche, poste sulla cima del colle. Abbiamo seguito un breve tratto della ferrovia, fino al punto nel quale erano stati ammassati i nostri bagagli, siamo discesi lungo il breve tratto di strada in pendenza che porta al ponte sul torrente, superato il quale la strada si divide in due rami, dove abbiamo imboccato quello di destra che porta al campo. Il tratto da percorrere non era lungo e, salendo, volli girarmi a guardare la ferrovia ove poco prima avevamo sostato… Siamo entrati nel viale centrale del campo, che si presentava circondato da alti reticolati doppi. …

UN FIGLIO RICORDA

Il professor Antonio Belardo ci segnala la biografia di un ex prigioniero , Zito Nunzio, che ha trascorso diversi anni nel campo 360, prima di essere trasferito, sempre in prigionia, a Llanderog nel Galles. Il libro dal figlio, Zito Pierdonato, pubblicato nel 2019 si intitola :” Indimenticabile padre: ricordi di un ergastolano” e si trova citato nella Bibliografia.

IL CAMPO DI “NDARUGO” NELLE MEMORIE DI PADRE GRAZIANI

Ai primi di aprile del 1944, di mattina, il Comandante inglese mi chiamò, Padre: mi disse, si prepari perché a tarda sera, deve partire per il Campo N. 360 “Ndarugo”, a sud di Nairobi, per attendervi all’assistenza religiosa. Sotto scorta, la sera, partenza per il campo 360. Alle 11 del giorno dopo, ero a Nairobi, capitale del Kenya, alta sul mare 1670m. in posizione incantevole, abbondante di flora e di fauna. Vi sostai tre giorni, prima di raggiungere il Campo, nel quale, poi,rimasi fino al 6 giugno 1944. Al comando inglese, incontrai il Gen. Tamagnini, che mi chiese, se avevo ordini dal Comando Clandestino Italiano di Eldoret, e che si diceva di lui. Non mi sono stati dati ordini da recapitare, né ho sentito dicerie sul suo conto, dissi. Nel campo, poi, trovai il Capitano Fois, il Maggiore che scagionò, il P.Igino del Ferro, dall’accusa di disertore,l’amico Grandana di Todi, il dottor Pasquale Ferdinando di Pietracatella e tanti altri. Il campo era ripartito in 5 sezioni, ognuna con duemila uomini, l’ospedale e un piccolo Campo di segregazione, per prigionieri speciali.

Il campo N. 360 “Ndarugo”, è posto poco al di sotto dell’Equatore, su di una amena collina, circondata da meravigliose piantagioni di caffè, cotone, agave, granturco e fiori variegati, dai colori intensi. Alle sue falde scorre un fiume, sulle cui rive erano disseminate una trentina di capanne, abitate da gente di grande corporatura, con naso schiacciato, e grosse labbra sporgenti. L’aria vi è purissima. In mattinata si faceva scuola agli analfabeti, nel pomeriggio si giocava a pallone tra le squadre delle varie sezioni. Ogni sezione disponeva di un capannone, per trattenimenti teatrali e ricreativi, e di una cappella, nella quale, ogni mattina si celebrava la messa. La messa domenicale era spesso accompagnata da violini e fisarmoniche, che i prigionieri si erano costruiti con le proprie mani. Nelle solennità e nei primi venerdì del mese, molti si confessavano. Era sempre uno spettacolo di fede. La sera, dopo la recita del rosario, cantavamo alla Vergine, la canzone: “Solcammo un mare infido”, e lacrime silenziose scendevano dai loro occhi, nel ricordo dei cari lontani, ignari della loro sorte. In questo campo, grazie al cognome, ritrovai nel giugno 1942, un mio paesano, che non vedevo da 17anni: Bacci Giovanni. D’indole mite, lo presi come attendente. Era mutilato. Egli rimpatriò nel settembre 1943, con la nave malati e mutilati. Io, invece, dovetti seguire 10.000 prigionieri in Inghilterra.

Il sig. Brasolin ci ha inviato il testo del Diario di Guerra del Campo 360 di Ndarugu, SEGRETO, per il mese di agosto 1941 che ha ottenuto dagli Archivi inglesi.

Il Diario riporta, giorno per giorno, gli arrivi, le partenze e tutte le attività svolte nel campo in quel mese.

Riportiamo di seguito le annotazioni più significative. Le MAIUSCOLE si trovano nel testo originale.

Tutto questo e’ successo nei primi trenta giorni del campo, che rimarrà aperto per altri cinque anni.

1 agosto Inizia la costruzione del campo e il personale è costituito da cento INDIANI, rinforzato da cento prigionieri ITALIANI , e da una squadra di prigionieri SOMALI dal campo 355 di Thika.

6 agosto E’ arrivato il comandante del campo, maggiore C. PENNACK.

11 agosto Sono arrivati TRECENTO-VENTOTTO prigionieri ITALIANI i primi ad essere sistemati nel campo, trasferiti dal campo 355 di THIKA e dal campo 357 di MITUBIRI. Si tratta di operai specializzati che serviranno per accelerare la costruzione del campo.

12 agosto NOVANTUNO prigionieri dal campo di 357 di Mitubiri si sono rifiutati di lavorare e sono stati segragati. Alle 12 il numero era sceso a SETTANTA-CINQUE.

13 agosto Il numero dei prigionieri che si rifiutano di lavorare è sceso a cinquanta-tre.

14 agosto Il numero dei prigionieri che si rifiutano di lavorare è sceso a trenta-quattro.

14 agosto Sono state ricevute istruzioni verbali dal Comando di trasferire tutti gli uomini che si rifiutano di lavorare al campo di MAKINDU 358. Data la mancanza di trasporto ferroviario i TRENTA-QUATTRO prigionieri andranno riportati a MITUBIRI per rimanere lì in attesa.

23 agosto E’ arrivato il Cap. F. WELLINGTON come secondo in comando.

26 agosto Il prigioniero No 11999 VALENTINI ADAMO si è infortunato alla schiena per una caduta da un’impalcatura ed è stato trasferito al General Hospital No 2.

28 agosto Trenta-due prigionieri sono stati inviati in una palude a sei miglia dal campo per tagliare dei PAPIRI necessari per la costruzione di due capanne.

29 agosto A causa della grande quantità di acqua nella palude il taglio dei PAPIRI ha dovuto essere interrotto.

Il sig. Mike Harries aveva segnalato gia’ nel 2007 al dott. Aldo Manos la presenza del campo con la chiesa e il monumento costruiti dai prigionieri ed e’ grazie al persistente interessamento di quest’ultimo e di sua moglie Elena che si e’ arrivati alla protezione del monumento e della chiesa da parte del Governo del Kenia. La dichiarazione di Gazzetting e’ riprodotta di seguito.

Le guardie del campo 360

Il sig. Mike Harries ci ha cortesemente fornito questa fotografia delle guardie inglesi del campo, comandate dal Colonnello Charles Pennack . La foto risale al Natale del 1942.

Il Colonnello Pennack aveva scritto questo briglietto di ringraziamento alla mamma del sig. Harries, che aveva servito come sua segretaria , accompagnandolo con un piccolo regalo.

Prigionieri italiani hanno lavorato nella proprieta’ degli Harries , distante pochi chilometri dal campo, e hanno costruito una fontana davanti all’ingresso della loro casa.

Ol Donyo Sabuk visto dal campo 360

Il monte Ol Donyo Sabuk, dove era prigioniero il Duca d’Aosta , dista una dozzina di chilometri in linea d’aria ed e’ chiaramente visibile dal campo 360 di Ndarugu.

Il ricordo di un testimone

Bruno FINI ricorda

“Dopo i transiti nei campi di Burguret, Kanuiki [ Nanyuki] e Mayvasa [Naivasha], giungemmo alla fine ad Andarugu [Ndarugu] in Kenia, dove c’erano circa diecimila prigionieri italiani. In quel campo non era possibile vivere per mancanza di viveri. Un gavettino di caffellatte al mattino,

brodo di lenticchie a mezzogiorno e brodo di ceci la sera con un piccolo panino; la domenica c’era brodo di fagioli.

Alloggiavamo in baracche di tela di iuta incatramata, sopra brandine a castello fatte con pali di bambù e rete di corda ma durante la notte non si riusciva a dormire a causa dell’invasione di pulci, pidocchi ed altri scarafaggi.”

Le razioni del campo

Il giornalista Douglas Kiereini descrive il campo 360 di Ndarugu sul Business Daily del 15 ottobre 2015. Senza citare la fonte riporta le quantita’ settimanali di cibo distribuito ai prigionieri in quel campo: 1.2 kg di carne, 0.220 kg. di prosciutto, 2.3 kg di pane, 4,53 kg di margarina, piu’ verdure, formaggio, dolci, marmellata e the. “ Niente male – e’ il suo commento – Immagino che gli incentivi per fuggire fossero piuttosto ridotti”.

Al Ten. Soffritti sono accreditate 8 vittorie confermate, 5 probabili, e 11 velivoli distrutti al suolo. Sara’ decorato con due Medaglie d’Argento al Valor Militare, la prima gli viene conferita il 9 febbraio del 1941.






Padre Buonaventura Graziani, nativo di Trevi, che qui vogliamo ricordare in vecchiaia, missionario Cappuccino, gia’ Cappellano nei Campi di prigionia di Changamwe, Ndarugu e Naivasha.

La chiesa costruita dai prigionieri

La chiesa sorge su un terreno piano di circa 1000 mq, circondato da un basso muro a secco.

L’intero muro a secco che chiudeva il lato lungo dell’area della chiesa e’ stato demolito. Questo muro era stato costruito dai prigionieri italiani ma non era compreso nella protezione accordata alla chiesa e ad una piccola area circostante.

Un eventuale sviluppo immobiliare metterebbe a rischio anche la chiesa, se non si riuscira’ a ricomprarla dalla PCEA per renderla al culto cattolico e metterla al sicuro da future speculazioni.

La chiesa a una sola navata e’ lunga 18 m. larga e alta 6 m. Costruita in pietre del posto tagliate a mano. Il tetto originale e’ stato sostituito da un tetto in lamiera ondulata. All’interno l’altare e’ stato rimosso per adeguarlo al culto presbiteriano. I banchi in legno di cipresso sono in ottime condizioni.

Sul frontone compare la scritta AD 1942.

Alla fine della guerra tutto il terreno dell’ex campo e’ tornato di prorieta’ privata e la chiesa e’ stata ceduta alla Presbiterian Church of East Africa (PCEA). Fr. Joseph Mwaniki e' il Pastor della parrocchia. Dietro alla chiesa c’e’ una piccola costruzione, la casa per il sacerdote. Recentemente la PCEA ha costruito due nuove casette a fianco della chiesa con una targa ricordo.

Non esiste una segnalazione in lingua italiana che faccia riferimento all’esistenza del campo 360.

La Chiesa del campo 360

UN DONO DEL SANTO PADRE PIO XII

Nel 1943 era Cappellano del Campo di Ndarugu Padre Buonaventura Graziani, Cappuccino. Nelle sue Memorie, scritte nel 1996, ricorda la visita dell’Arcivescovo di New York, poi Cardinale Francis Spellman che stave effettuando un viaggio in diversi paesi su richiesta di Papa Pio XII. Il prelato si e’ intrattenuto una decina di minuti con il Cappellano e ha consegnato al Comandante del Campo la somma di lire sterline 12,000 come dono del Papa per I prigionieri.

“La somma e’ servita – si legge nelle Memorie – in parte per l’acquisto di materiale didattico e sportivo (nel campo si tenevano lezioni per I soldati analfabeti e al pomeriggio si giocava al pallone), e in parte per la Cappellina e per una pala d’altare raffigurante l’Ultima Cena”.

Della pala d’altare si sono perse le tracce, ma il gesto del Santo Padre, di cui solo ora e’ riapparsa la notizia, aiutera’ la Comunuta’ italiana in Kenya a riacquistare la chiesa , riportarla al culto cattolico e aprirla alle visite dei famigliari degli ex prigionieri.

A circa 800 metri dalla chiesa sorgono isolati i resti di un monumento.

DISTRUTTO MONUMENTO DEI PRIGIONIERI ITALIANI IN KENYA! ERA MONUMENTO STORICO NAZIONALE

IL SERVIZIO DI ENZO NUCCI PER RAI 2 STORIE Qui vediamo Enzo Nucci, corrispondente della Rai in Kenya insieme all’autore, quando hanno scoperto la distruzione del monumento costruito dai prigionieri italiani nel Campo 360 di Ndarugu.

Il servizio curato da Enzo Nucci e’ andata in onda in Italia il 12 ottobre 2019 nella popolare rubrica Rai 2 Storie.

Ecco il link per vedere il servizio:

drive.google.com/file/d/1MR39sg9s8SkZFzXmQ5t-cKWygEV5JYFw/view?usp=drivesdk

All’origine era sormontato da una statua [Madonna? Vittoria?] della quale rimane solo una base non leggibile. L’altezza complessiva, compreso il basamento, e’ di circa 5 metri.

Sul fianco e’ stato praticato uno scavo, probabilmente alla ricerca di oggetti sepolti.

Il monumento presenta due interessanti bassorilievi in cemento di 80 cm per 100 cm. ancora in buono stato.

Il primo bassorilievo

Nel primo bassorilievo si vede una strada a tornanti che partendo da un gruppo di tucul raggiunge un bosco,

Si tratta della famosa strada del Passo Uolchefit, costruita dal Genio Militare tra gli anni 1936 e 1937, dove ha avuto luogo la penultima resistenza italiana prima di quella definitiva di Gondar. Nella difesa del Passo Uolchefit sono morti il Sergente Maggiore Sante Angelo Bastiani e il Tenente Enrico Calenda, entrambi Medaglia d’Oro al valor militare. Un’altra medaglia d’oro e’ stata concessa al Muntaz (Caporale) Unatu Endisciau. In seguito alla capitolazione del ridotto avanzato di Tebre Tabor, ha raggiunto le linee italiane percorrendo cento chilometri in territorio occupato, per portare in salvo il gagliardetto del battaglione ed e’ morto attraversando un campo minato . Nel comune di Fiumicino c’e’una Via Uolchefit.

Lorenzo De Felice faceva parte con i battaglioni delle Camicie Nere 141° e 164° del ridotto che per 165 giorni si oppose a Uolchefit, a tremila metri di altitudine, a un numero infinitamente superiore di truppe inglesi, indiane e sudanesi.. Nel 1961 ha accettato la Croce al Merito per la campagna in Abissinia e nel gennaio 2018 ha compiuto cento anni ! Auguri e grazie per la sua lezione di coraggio e coerenza.

Lungo la strada si notano un carro armato FIAT e un autocarro SPA “Dovunque” (la SPA, Societa’ Piemontese di Automobili, acquistata dalla FIAT nel 1926). In volo si riconoscono un caccia FIAT Falco CR 42 e due bimotori Caproni Ca 310 da bombardamento.

Il secondo bassorilievo

Sul lato opposto del Monumento il pannello raffigura un ufficiale che sventola una bandiera, e due postazioni ricavate nella roccia in mezzo alla tipica vegetazione etiopica. Nella prima postazione tre militari e un ascaro dietro ad un cannone da 75/27 mod.11-1911, nella seconda postazione due soldati dietro una mitragliatrice Breda mod.37.

Il monumento , pur essendo protetto, rischia di venire distrutto dall’avanzare della cava di pietra, e meriterebbe di essere spostato in luogo piu’ sicuro.

Altri resti di costruzione

Fino a qualche tempo fa si potevano vedere i resti di un arco in pietra, ora scomparso per riutilizzare le pietre squadrate a mano.

UN AGGIORNAMENTO SUL MONUMENTO DI NDARUGU

Il tempestivo intervento dell’ambasciatore Alberto Pieri presso le autorita’ del Kenya e presso quelle italiane ha permesso di salvare quanto rimane del monumento spostandolo da Ndarugu a Nyeri, accanto alla Chiesa-Ossario. Il Comites si e’ assunto la responsabilita’ finanziaria, mentre Paolo Torchio, Segretario, e Magali’ Manconi, hanno curato personalmente l’organizzazione e la supervisione del trasferimento.

Grazie ai loro sforzi il 10 novembre 2019, in occasione dell’annuale Messa in suffragio dei militari italiani morti in prigionia in Kenya, I connazionali presenti hanno potuto constatare l’avvenuto spostamento.

Rimane ancora un lavoro importante di messa in sicurezza e la posa di un cartello illustrativo.

Ha dato notizia dell’Operazione Monumento Freddy Del Curatolo nel sito Malindikenya.net: poi ripreso da La Gazzetta del Sudafrica : link

http://www.lagazzettadelsudafrica.net/index.php/current-news/7081-in-salvo-un-frammento-di-storia-italiana-in-kenya?fbclid=IwAR3LZw4TiMAk11BPxgMH37colfoAH8_3t0qdzbGeZ5sbMAai4EYAMBNzD

Ecco il servizio fotografico di Paolo Torchio che illustra la varie fasi della complessa operazione con la quale un masso del peso di dodici tonnellate e’ stato trasportato dai 1560 m. slm di Ndarugu ai 1750 m. slm. di Nyeri.

Un grazie sentito a Paolo e Magali’.

Il signor Marcel Schweri , che ha sposato una nipote del proprietario del terreno su cui sorgeva il Campo 360 di Ndarugu, ci invia da Zurigo questa splendida foto che ha scattato nel dicembre 2013, con un arcobaleno che abbraccia il monumento. Un segnale di speranza?

E’ bello ricordarlo com’era.

Questo arco e' stato distrutto per recuperare le pietro lavorate

Delle circa duecento baracche in legno che ospitavano i 10,000 prigionieri non rimangono che alcune basi in pietra

Un ospedale del Campo 360

Nel libro di Gerardo Sinatore “Ricordi d’Africa – Antonio Sinatore “una vita per gli infermi” di apprende l’esistenza di un Ospedale nel Campo di prigionia 360 di Ndarugu

“Lettera di Elogio del Capo Reparto Chirurgico dr. Decio Benincasa col visto del Maggiore Medico Amedeo Donsanto: Ospedale del Campo di Prigionia di Guerra 360 di Ndarugu; ecco alcune righe: il caporale maggiore Antonio Sinatore con funzioni di capo-sala ha dimostrato ottima capacità tecnica, solarità, amore e precisione nel lavoro, assoluto senso nei suoi lavori di disciplina verso i superiori e di comprensione delle necessità dei dipendenti e soprattutto dei pazienti alle sue cure affidati…”

Un teatro nel Campo 360

Solo recentemente siamo venuti a conoscenza del volume di Valerio Liberati intitolato “Fratelli d’Italia dov’e’ la vittoria?” pubblicato nel 2017 a cura del Consiglio Regionale delle Marche. Per la prima volta troviamo descritta la costruzione di un teatro nel campo 360 di Ndarugu e addirittura, la fotografia degli interpreti, in costume, di una Tosca.

“Trasferiti in camion a Berbera ripartono in nave verso Mombasa in Kenia dove restano per poco, in ferrovia raggiungono Nairobi e dopo 30 miglia approdano al loro campo di prigionia definitive a Ndarugu contrassegnato come Pow Camp 360 Kenia. L’organizzazione e’ buona: ci sono baracche dove vengono ospitate 30 persone, le cusine funzionano, c’e’ uno spaccio dove vengono venduti gli alimenti acquistabili con la paga giornaliera data ai prigionieri e la polenta li salva dalla fame.

Per sconfiggere la noia costruiscono, tra le altre cose, un teatro con panche e palcoscenico in cemento illuminato con lampade a petrolio Petromax dove si cimentano in innumerevoli rappresentazioni ; gli inglesi partecipano come spettatori e vedono di buon occhio tali iniziative che occupano pacificamente i prigionieri. Si allestiscono commedie con trame ricordate a memoria e opere liriche naturalmente recitate, con libretti originali recuperati commerciando con l’esterno; I costumi sono cuciti dal sapiente ago di Vittorio.”

Ecco degli esempi di lampade a petrolio Petromax.

1943 Ndarugu Kenia: la Tosca, Vittorio al centro in prima fila

UN FIGLIO RICORDA

Il professor Antonio Belardo ci segnala la biografia di un ex prigioniero , Zito Nunzio, che ha trascorso diversi anni nel campo 360, prima di essere trasferito, sempre in prigionia, a Llanderog nel Galles. Il libro di Zito Pierdonato, pubblicato nel 2019 si intitola :” Indimenticabile padre: ricordi di un ergastolano” e si trova citato nella Bibliografia.

UN OGGETTO IN PERFETTO STILE “ARTS AND CRAFTS” O ART NOUVEAU

Ringraziamo il sig. Cesare Pagura che ci ha inviato le foto di questa scatola porta sigarette, o porta oggetti, costruita nel Campo 360 di Ndarugu, in legno ad intarsio, da suo padre, Giovanni Pagura le cui iniziali GP figurano sul coperchio.

Campo 361 – NAMANGA
Latitudine 2° 51’ 0” S
Longitudine 36° 47’ 0” E
Altitudine 1582 m. slm
77 km distanza da Nairobi

C’erano prigionieri italiani addetti alla costruzione della strada Nairobi-Kajiado- Namanga –Tanganyika.

Al confine hanno costruito nel 1943 un ponte che ancora si vede.

Scritta gigante sulla roccia

I prigionieri inviati a riparare strade o costruire ponti vivevano in accampamenti volanti .

Durante uno di questi spostamenti un prigioniero ha voluto lasciare un segno del suo passaggio incidendo il suo nome in caratteri cubitali su una parete di roccia. E’ stata la rivista Old Kenya a farla conoscere pubblicandone la foto e chiedendo ai lettori di riconoscere il posto. La localita’ si trova a pochi chilometri dalla frontiera del Kenya, in Tanzania.

Sulla parete si legge:
BENVENUTO
ELIA
NATO 7.2.1912
PARATICO. BRESCIA
E sotto con lettere enormi
W L’ITALIA
W RE
E la data
26.3.43

IL PONTE DI NAMANGA

Ringraziamo il sig. Ivo Galfre’ che ci ha procurato queste fotografie del ponte sulla vecchia strada per la Tanzania, costruito dai prigionieri italiani del Campo 361 A di Kajiado nel 1943. Dopo 75 anni anche questa solida costruzione ha bisogno di un intervento, che il sig. Galfre’ si e’ offerto di fare a proprie spese. E’ in attesa dell’OK delle autorita’.

Il sig. A. Chemello ci invia queste interessanti notizie relative al campo 361 di Kajiado.

Athi River è un villaggio presso cui era allestito un grosso campo dove erano concentrati i prigionieri italiani destinati alla costruzione della “strada degli italiani” (così ancora oggi chiamata dai vecchi kenioti) che collegava Nairobi con la frontiera del Tanganyka. Mio zio Antonio Parise, già cavalleggero presso i Cavalieri di Neghelli ad Addis Abeba nel 1939-1941, vi era giunto in prigionia. Dato che era un valente muratore, aveva seguito l’evoluzione della strada sino a Namanga, dove aveva contribuito alla costruzione del ponte e degli altri innumerevoli manufatti disseminati lungo la strada. Si ricordava bene del ponte di Namanga perchè in quei giorni aveva perso un dente del giudizio, lasciato quindi sul posto (ho lasciato il giudizio a Namanga..). Per la costruzione della lunga strada, l’amministrazione britannica aveva messo a disposizione dei valenti caterpillar per i lavori più pesanti, cosa per lui assolutamente nuova perchè precedentemente aveva partecipato alla bonifica dell’agro pontino e alla costruzione delle strade dell’AOI potendo utilizzare solo il badile e la carriola. Il trattamento non era male, ma il vitto era scarso, per cui di notte uscivano clandestinamente dal campo per mettere delle trappole per la selvaggina e tornavano sempre prima dell’alba con un buon bottino, costituito spesso da intere zebre. Per questo motivo tra il 1942 ed il 1945 aveva potuto mangiare carne fresca quasi tutti i giorni; sicuramente come in nessun altro periodo precedente della sua vita. Il lavoro nel cantiere veniva sospeso la domenica, quindi i prigionieri più affidabili potevano raggiungere liberamente Nairobi ed andare dal barbiere o a visitare i postribili locali. In modo particolare, lui che era di Cavalleria, aveva un trattamento di riguardo e spesso gli veniva concesso di montare un quadrupede negli spostamenti.

Oltre che per i manufatti, questa “strada degli italiani ” è ancor oggi facile da riconoscere, perchè è costruita su una spessa massicciata di grosse pietre. Queste venivano posizionate dai prigionieri a mano, collocate opportunamente in modo da riempire tutti gli interstizi. Se lei percorre la strada da Nairobi verso Kitengela, se ne potrà facilmente rendere conto. Le strade coloniali inglesi venivano invece realizzate alla spicciolata, spostando il terreno con i buldoozer e compattandolo con i rulli compressori. Non è che i britannici mancassero di ingegno, ma era evidente che non intendevano fare alcun investimento infrastrutturale nei propri possedimenti coloniali, se non quelli indispensabili per esportare le materie prime verso la madrepatria (ferrovie). Durante il periodo di prigionia, mio zio non ha mai accusato gravose difficoltà nemmeno con le guardie britanniche. Aveva imparato il ki-swahili e si muoveva con disinvoltura nel piccolo commercio clandestino. Non ha mai legato con nessun britannico e si è astenuto da ogni credo politico, pur essendo lui di animo socialista. Durante quegli anni non ha mai sofferto nemmeno di un attacco di malaria… In parole povere, era un colono perfetto!

CAMPO 362 – THIKA
Latitudine 1°2’219”S
Longitudine 37°5’0” E
Altitudine 1506 m. slm
45 km distanza da Nairobi

Gli Archivi di Stato Britannici contengono un riferimento ad un “POW CAMP 362”

L’ubicazione esatta del campo non ci e’ nota.

Non abbiamo fotografie relative al campo 362.

Una lettera di un prigioniero proveniva dal “ 362 THIKA CAMP, SEZ. C”

La prima fornace di mattoni in Kenia costruita dai prigionieri italiani si trova ora all’interno della prigione di Thika. La fornace e’ stata protetta dal Governo del Kenia come parte della storia del paese, unitamente alla chiesa e al monumento del campo 360 di Ndarugu.

La Gazette Notice No. 11252 da’ l’esatta posizione della fornace: Latitudine 0102.422 S 037 04.370 E.

THIKA E GLI ASCARI PRIGIONIERI

In una sezione dei campi di Thika e Nairobi erano rinchiusi anche gli ascari eritrei e somali che non avevano voluto passare alle truppe coloniali britanniche. Credo che questo esempio di cameratismo tra i sudditi coloniali e gli italiani sia un caso unico nel suo genere!

Non conosciamo il numero degli ascari prigionieri, solo quello dei morti, che sono 70.

RITROVATA UNA SCIABOLA DI CAVALLERIA

Tom Lawrence ci ha inviato queste foto di una sciabola di cavalleria che suo padre, allora sergente dell’esercito britannico, aveva riportato come preda di guerra dopo la resa di Gondar . Il Museo dell’Arma di Cavalleria a Pinerolo al quale avevamo chiesto qualche chiarimento, ci ha inviato a giro di posta la mail che riproduciamo. Alla Direzione i nostri piu’ vivi ringraziamenti per la cortese ed esauriente informazione.

Gentile Dott. Manos, la sciabola in questione appartiene al Gruppo Squadroni Cavalieri dell'Amhara

(in allegato una cartolina coloniale del Gruppo).

Su internet potrà trovare molte notizie.

Cordialità

La Direzione

Questa sciabola era dunque appartenuta ad uno dei 1700 ascari di etnia etiope Amhara, nonche’ di elementi eritrei e yemeniti, del Gruppo Squadroni Nazionali d’Africa costituito tra il luglio 1938 e il febbraio 1940 per iniziativa del Duca d’Aosta. Erano al comando del leggendario tenente Alfredo Guillet noto come il Comandante Diavolo o il Lawrence of Arabia italiano.

… e la morte a paro a paro …

Il motto inciso sulla lama (con la morte ce la vediamo da pari a pari) e’ un verso della Canzone del Quarnaro scritta da Gabriele D’Annunzio nel febbraio 1918 per commemorare l’impresa di tre MAS della Marina Militare nota come “La beffa di Buccari”.

Campo 364 – CHANGAMWE / MOMBASA
Latitudine 4°1′34″S
Longitudine 39°37′50″E
Altitudine : Sul Livello Del Mare
500 Km. Distanza da Nairobi

C’E’ UN SOLO RIFERIMENTO A QUESTO CAMPO, NELLA ZONA SU CUI SORGE L’AEROPORTO INTERNAZIONALE MOI DI MOMBASA, E NEL QUALE SI TROVAVANO PRIGIONIERI ADDETTI AL LAVORO NEL PORTO DI MOMBASA A KILINDINI.

Nel Rapporto Melis del 1944 si legge: “A Mombasa vi sono due campi, entrambi posti nell’entroterra, a poca distanza l’uno dall’altro, in un’area ricoperta di cocchi e di manghi, non eccessivamente calda, ma infestata dalla malaria. Uno dei campi serve di transito per tutti coloro che si recano all’imbarco nel porto di Mombasa; l’altro è un campo di soli lavoratori, di cui alcune centinaia sono occupate nell’arsenale di Mombasa.”

Nelle sue memorie, pubblicate postume dal figlio, Giuseppe Scannella ricorda cosi’ il suo arrivo nel campo di smistamento di Mombasa. “ Mi separo quindi dagli altri e faccio un giro di perlustrazione per il campo, dove numerose piante di cocco, alte non meno di 20 metri, rappresentano certamente un bel colpo d’occhio ma anche un serio pericolo per chi dovesse sostarvi alla base. Una conferma di questo pericolo mi viene data da uno dei tanti prigionieri che mi racconta della morte istantanea di un Brigadiere dei Carabinieri causata dalla caduta sul suo capo di una noce di cocco”.

PADRE GRAZIANI A MOMBASA E CHANGAMWE

Dalle Memorie di Padre Buonaventura Graziani:

La sera, però, mi tornò la febbre. L’infermiere di turno, riferì, quanto avevo fatto in quel giorno; per cui, dopo un liscio e busso coi fiocchi, tre giorni dopo venni trasferito, in ambulanza, al campo transito di Sciangauve, distante un sette km. da Mombasa. Lì rimasi, per oltre un mese, in un baraccone che condividevo con centoventi prigionieri. Potete immaginare il putiferio che vi si verificava: russare notturno, sogni spaventosi, flatulenze rumorose e maleodoranti, capannelli di giocatori a carte a completare il quadro provvedevano le scarpe che volavano nell’oscurità, contro i russatori. Eravamo ridotti a numeri. Il campo si componeva di tre sezioni più l’infermeria. In uno dei capannoni non occupati, su di un fusto di benzina vuoto, che fungeva da altare, il cappellano del campo, P. Girolamo Boratto, celebrava la messa. La celebrava anche nella sezione dei generali e colonnelli, e qui, mentre spiegava il Vangelo, trovava sempre il modo di rimproverali, di non aver fatto il loro dovere di ufficiali italiani, favorendo l’avanzata del nemico. Finì così per inimicarseli e lo fecero trasferire al campo 360 di Ndarugo

Il campo transito Schiangauv-Mombasa, era situato a 7 km. dal porto. Era ripartito in quattro sezioni, separate tra loro, da due fila di ferro spinato alto 12m. In esso sostavano i prigionieri diretti al nord. La zona fertilissima, era ricca di vegetazione, di alberi di banane, di noci di cocco, di mango nonché di zanzare. La mia occupazione, dopo la Messa, era quella di recuperare i medicinali che gli inglesi toglievano, all’arrivo, ai prigionieri e che risultavano utili ai medici. Spesso, scortato, mi facevo accompagnare all’ospedale di Mombasa, per visitare gli ammalati, e amministrare i sacramenti ai moribondi. In quel periodo, ne morirono nove. Di essi, otto ebbero sepoltura nel cimitero cittadino; il nono, invece, non ne seppi mai il motivo, fu sepolto sul ciglio della strada, ove ancora “lo bagna la pioggia e muove il vento.”

Campo 365 – LONDIANI
Latitudine 0°9’48 ” S
Longitudine 35° 35’35” E
Altitudine 2326 m. slm
220 km distanza da Nairobi

L’ubicazione esatta del campo 365 non ci e’ nota. Abbiamo pero’ uno schizzo dettagliato del campo 365/8.

365 Londiani. Vi sono mense, sale da studio, una specie di università con corsi di varie discipline, quattro Chiese, campi e sale per gli sports, quattro teatri, ecc. Gli ufficiali possono uscire a passeggio per alcune miglia lungo una strada delle belle campagne circostanti. L’altimetria è eccessiva: m. 2100 s.l.m.

365 di Londiani, che in una parte ha sempre accolto i puniti di tutte le categorie

Si ricorda che un incendio avvenuto nel campo 365 di Londiani aveva distrutto molte baracche obbligando le autorita’ a trasferire molti prigionieri in altri campi.

(Dal Rapporto Melis, 1944)

Gli Archivi della Croce Rossa Internazionale di Ginevra sono in possesso di numerose fotografie del campo 365 di Londiani che ci hanno permesso di riprodurre

Dopo l’8 settembre 1943

Il comandante del campo di Londiani 365/8, il colonnello Tucker, alla data del 16 dicembre 1944 fece affiggere all’albo del campo un ordine che faceva obbligo ai prigionieri di non salutare piu’ romanamente , ma portando la mano alla visiera, secondo l’uso del R. Esercito, di togliere i fascetti dal bavero delle giubbe e di sostituirli con le stellette, di togliere dai posti-letto e da tutti i locali le effigie del Duce.

Si minacciava che – in caso di disubbidienza – l’intero campo sarebbe stato punito con la soppressione di quasiasi miglioramento di vitto e di sigarette fino alla chiusura dello spaccio del campo. Il vitto sarebbe consistito nella sola razione del pane alternata, di tre giorni in tre giorni, con una razione di viveri ridotta

Per due mesi e mezzo l’ordine fu disubbidito e la punizione regolarmente applicata fino alla minaccia di piu’ gravi e letali inasprimenti della punizione. Cio’ nondimento non fu una capitolazione :il comando inglese consenti’ che ogni prigioniero conservasse lo status che aveva al momento della cattura e gli appartenenti alla Milizia poterono conservare i fascetti.

A Londiani (3.500, in gran parte ufficiali), quattro quinti per il re, un quinto per Mussolini. (Dal Rapporto Melis, 1944)

IL CAPPELLANO PADRE VAHAN HOVHANESSIAN

I prigionieri ricordavano con affetto e gratitudine il Padre Armeno Vahan Hovhanessian che si era offerto di fare il cappellano del campo 365/8 degli ufficiali Non Cooperatori. Rientrato in Italia dopo la prigionia e’ morto ed e’ sepolto sull’Isola degli Armeni a Venezia dove gli ex-prigionieri hanno voluto offrirgli una tomba di granito nero e marmo.

ATTIVITA’ NEL CAMPO

Nel Campo 365/8 Non Cooperatori di Londiani diversi prigionieri avevano organizzato attivita’ artigianali: il Ten.veterinario Salerni costruiva lampade, il S.Ten. Signorelli riparava orologi, il Cap. Lanticini faceva lattonerie e saldature varie, e altre attivita’ erano opera del S.Ten. La Bruna, di Gelmini, di Segalla.

Inoltre il Ten. Sajani era riuscito a costruire una radio per sentire i Bollettini di Guerra.”

(Dalla Memoria del Ten. Panciera )

Il British Medical Journal in data 14 luglio 1945 riporta una ricerca del dott.Garham sulla malaria negli altopiani in Kenya dove si legge tra l’altro:

“Nel novembre del 1943, grazie alla cortesia delle autorita’ militari, mi e’ stato concesso di esaminare 300 prigionieri di guerra italiani che avevano trascorso almeno sei mesi nel campo di Londiani e nessuno di essi aveva parassiti della malaria nel sangue.”

LA CHIESA DEL CAMPO 365/8 DI LONDIANI

Nella Memoria del Ten . Panciera si legge: “ A Londiani l’ing. Togni e un professore universitario, anch’egli prigioniero, pensarono di promuovere un concorso di idee aperto a tutti per il progetto di una chiesa da costruirsi in una zone libera del campo per onorare Padre Vahan. Un gran numero di prigionieri artisti, pittori, student di architettura e dilettanti si improvvisarono progettisti e si misero al lavoro. Dopo quindici giorni fu inaugurata la mostra e tutti I lavori vennero esposti nel corridoio esterno che una volta divideva il campo A dal campo B , ma che gli Inglesi avevano recentement aperto. Tutti perdettero di vista la realta’ che era questa: per realizzare la chiesa avevamo a disposizione solo legni, canne e stuoie.

Percio’ si affido’ all’ ing. Togni la progettazione e all’ing. Innocenti Clerici la Direzione dei lavori. L’ing. Togni progetto’ una chiesa a tre navate con un corpo centrale e due laterali piu’ bassi, con un campanile posto anteriormenter in corrispondenza dell’ingresso.

La chesa fu pronta in tre mesi. Sopra l’altare fu posta un statua della Madonna, scolpita da Bepi Russo, un artista molto valido e sensibile del nostro tempo. All’inaugurazione della chiesa volle partecipare anche il Comandante iglese del Campo.

Una delle foto della Croce Rossa Internazionale – quella in basso a sinistra – mostra questa chiesetta ma la indica come Barrack.

In questa chiesa avvenna dopo poco tempo l’improvvisa conversion del Sottotenente Calvanese, oggi Padre Tommaso Maria di Gesu’ dell’Ordine dei Frati minori rinnovati , ordine da lui fondato qualche anno dopo aver preso I voti.”

LE PRATICHE RELIGIOSE

I prigionieri hanno cosi’ potuto costruire numerose chiesette, o in pietra come nel campo 360 di Ndarugu, o piu’ spesso in legno come nel campo 365/8 di Londiani, oggi scomparse. La pratica religiosa e’ stata di grande conforto per molti durante I lunghi anni di prigionia in Kenya

La signora Sandra Lotti ci ha contattato con riferimento a suo padre Arrigo Lotti che era stato prigioniero in Kenya e del quale ha conservato una medagli della Madonnina del Tembien. La ringraziamo per averci fatto avere una foto della medaglia autorizzandoci a riprodurla su questo sito

Con l’occasione vogliamo ricordare che l’immagine originale della Madonnina era stata messa in una cappella eretta a ricordo della Battaglia del Tembien che ha avuto luogo in Etiopia nel gennaio-febbraio 1936, con la vittoria italiana. Purtroppo, la cappella era stata successivamente vandalizzata e recentemente addirittura distrutta dai lavori di ampliamento della strada.

Qui vogliamo ricordarla com’era.

Posta dei prigionieri

Ecco una cartolina della Croce Rossa indirizzata al Prof. Piero Pattarin, Capitano Medico nel campo 365.

UNA GALLERIA SCAVATA DAI PRIGIONIERI

Ringraziamo sentitamente Arnaldo Panciera che ci ha inviato un documento di estremo interesse e che riproduciamo per esteso negli Allegati. Si tratta del progetto e dei piani ampiamente illustrati che suo padre, il Ten. Ing. Ferdinando Panciera, prigioniero nel campo di Londiani 265/8 Non Cooperatori, ha ideato per una galleria lunga 49.50 metri, che e’ stata scavata a 5 metri di profondita’, durante piu’ di un anno tra il 1944 e il 1945. La galleria e’ servita per la fuga di un prigioniero da Pola, chiamato “il Mulo”, edi altri cinque prigionieri vestiti con divise inglesi.

Per giustificare la terra rimossa avevano proposto di costruire un campo da tennis, subito approvato dagli Inglesi. Hanno dovuto costruire una pompa per smaltire l’acqua che si accumulava nello scavo e un ventilatore per inviare aria nella lunga galleria. Un capolavoro che meritava di essere conosciuto.

Al momento della scoperta, nessuno e’ stato punito, e non e’stata aperta un’indagine perche’ le guardie inglesi hanno voluto evitare di essere punite a loro volta.

Campo 366 – JINJA (Uganda)
Latitudine 0° 26’ 52” N
Longitudine 33° 12’ 9” E
Altitudine 1143 m. slm
445 km distanza da Nairobi

L’ubicazione esatta del campo non ci e’ nota

In base a un rapporto del Governatore del Protettorato dell’Uganda del luglio 1942, erano presenti in territorio ugandese 4100 prigionieri di guerra “italiani bianchi” (sic!), alloggiati nel campo di Jinja (sul lago Vittoria, a est di Kampala). [ Government House, Uganda, 23rd July 1942, The National Archives, London, file CO 980/36]

Alcune centinaia di prigionieri di guerra detenuti al campo di Jinja, invece, per un breve periodo parteciparono ai lavori di bonifica della sponda nord del lago Vittoria, per la lotta alla malaria e per essere utilizzata come terreno agricolo;

[ From the Governor of the Uganda to the Secretary of State for the Colonies – 13th January 1944, The National Archives, London, file CO 980/37].

UN GENERALE A JINJA

Un prigioniero scriveva: Verso la fine del 1943, con la notizia dell’armistizio e poi ancora la dichiarazione di guerra alla Germania, le nostre certezze lasciarono il posto alla realtà degli eventi. Gli Inglesi cominciarono subito l’opera di persuasione al fine di ottenere la totale cooperazione, facendo sottoscrivere la richiesta, con la formula “ovunque e comunque”. […] La visita del generale –non vorrei sbagliare il nome, ma mi sembra proprio Nasi– ci incuriosì molto, bisognevoli come eravamo del conforto da parte di un nostro ufficiale superiore. Ci riportarono tutti nel grande piazzale fuori del campo e, dopo un breve preambolo si restò sbalorditi, sconcertati, quando contrariamente alle affermazioni che ci erano state fatte pochi mesi prima, disse che bisognava puntare “sul cavallo vincente”, e cooperare con gli Inglesi. La reazione fu immediata, i fischi gli impedirono di continuare a parlare e, sotto scorta, insieme ai due ufficiali maltesi furono costretti a lasciare precipitosamente il campo. Concluse in questo modo a Jinjia il suo giro propagandistico, dopo aver visitato tutti i campi del Kenia.

UN CIPPO RICORDO

Il sig. Chemello, nell’articolo che ricordiamo nella Bibliografia, parla di un cippo ricordo nell’area dove sorgeva il Campo 366 di Jinja.

UNA BELLISSIMA INCISIONE RICORDO

Foto di un un fondello di gavetta italiana incise nel POW Camp di Jinja in Uganda nell’ottobre del 1941. L’incisione era stata fatta sul fondello della gavetta per passare inosservata alle frequenti perquisizioni , durante le quali ogni oggetto interessante veniva regolarmente rubato dai secondini. Dimensioni mm.160×100.

Collezione Angelo Chemello

Lettera spedita dal campo 366 di Jinja in Uganda

Lettera spedita dal campo 366 di Jinja in Uganda

Campi per internati civili

I civili internati dall’A.O.I. sono stati rinchiusi in tre campi in Kenya, chiamati Italian Evacuee Camps No. 1 a Nyeri Station, No.2 a Nairobi e No.3 a Nanyuki. Non essendo militari non erano coperti dalla Convenzione di Ginevra, e percio’ non vengono trattati in questo sito. Tra di loro c’era anche un internato Tedesco , con il numero di matricola E 44261,( E- sta per Evacuee, Internato) come risulta da questa lettera spedita dal campo di Nyeri.

4> LA VITA NEI CAMPI​

Dal Rapporto Melis si apprende che:

Ogni campo dispone di un teatro per ogni sezione, ugualmente l’ospedale. Occorrerebbe un volume per narrare quello che i prigionieri italiani hanno saputo costruire dal nulla, impiantando i teatri, con completezza e competenza: scenari, giuochi di luce, costumi, decorazioni, ecc. come si addice a un buon teatro di paese. Vengono rappresentati commedie, drammi, spettacoli di varietà, concerti e anche un’opera (data al teatro del campo ufficiali di Eldoret). Gli spettacoli teatrali attraggono anche pubblico inglese. Tutto è svolto rimanendo scrupolosamente nei limiti della morale.

In ogni campo sono state istituite delle biblioteche, con donazioni dei conviventi, con volumi raccolti in Etiopia e con i pochi pervenuti dall’Italia. Ma, tali biblioteche dovevano essere maggiormente dotate: l’Italia ha troppo trascurato l’invio di libri nei campi di prigionia. Funzionano egregiamente delle scuole, dalle elementari alle medie superiori, e dei corsi di lingue estere.

Ciascun campo possiede alcuni apparecchi radio ed ascolta notizie dal Vaticano, da Londra e dall’America. Data la distanza non è possibile raccogliere le radiotrasmissioni italiane.

Ci sono stati diversi tentativi di costruire radio riceventi per cercare di seguire il corso della guerra.


Tra i corsi organizzati c’erano anche quelli per insegnare ai prigionieri analfabeti a leggere e scrivere.


Il vescovo anglicano di Nairobi John McCarthy e’ intervenuto presso il Governatore del Kenya per chiedere che le condizioni dei prigionieri italiani venissero migliorate e fosso loro concesso di costruire delle cappelle per il culto cattolico.

L’OPERA DELL’ASSOCIAZIONE CRISTIANA DEI GIOVANI (A.C.D.G.)

IN INGLESE YOUNG MEN CHRISTIAN ASSOCIATION (Y.M.C.A.)

A FAVORE DEI PRIGIONIERI ITALIANI

Il sig. Claudio Provana, appassionato di storia, ci segnala che l’Associazione Cristiana dei Giovani, meglio nota come Y.M.C.A., presente in Kenya gia’ dal 1910, aveva pubblicato nel 1945 un opuscolo in italiano a favore dei nostri prigionieri di guerra. Aveva compilato anche un Dizionario Italiano Swahili per aiutare I prigionieri nei loro rapporti con la popolazione locale. Riproduciamo due pagine del testo e speriamo di recuperare altre notizie su questo aspetto che riguarda la loro prigionia.

SCAMBI CON I MASAI

La dott.ssa Leah Lekanayia racconta che suo padre, Lekanayia Parsiato, un anziano Maasai oggi 97nne, ricorda perfettamente che da giovane scambiava carne contro zucchero, che i prigionieri si procuravano allo spaccio del campo.

ATTIVITA’ SPORTIVE

Lo sport è molto diffuso, in specie il foot-ball, che tra praticanti e spettatori, distrae una gran massa di prigionieri. Sono frequenti incontri di football tra rappresentative italiane e inglesi.

Sono praticati anche la scherma, l’atletica leggera, la ginnastica, il tennis, la palla a volo e la bocciofilia.

(dal Rapporto Melis)

Sul sito dell’Unione Italiana Collezionisti Olimpici e Sportivi compaiono alcune tessere sportive della A.S.Libertas Nova e del G.S.Vittoria del campo 355 di Nyeri, la prima vincitrice di una Coppa Castellani nel 1942 e di due campionati di calcio nel 1943 e 1944. Sul retro della tessera si legge anche la formazione, per la storia:

ROSS,BERGAMELLI,CAPPELLARI,CAMORALI, NANULA,MARINELLO,GOVONI,FABRIS,VALENTI, CAVARAI, MARCER,PIZZOTTI, MENEGHEL,MARZIALEt

Si trova anche la foto di una squadra di calcio G.S.Ruaraka, dal nome di un paese alla periferia di Nairobi, inquadrata da tre guardie inglesi, in cui compare anche la loro mascotte, una bella bambina bionda.

Nel campo 356 di Eldoret c’era un’altra squadra di calcio chiamata “la Vecia Mata” della quale era segretario Osvaldo Perla.

L’Archivio della Croce Rossa Internazionale contiene la foto della squadra di calcio di Kabete, Nairobi.

Cerchiamo notizie di altre squadre ancora.

Attivita’ culturali

L’ORIGINE DELL’ORCHESTRA NAZIONALE DEL KENIA

Tra I prigionieri italiani dovevano esserci diversi musicisti, ed a loro si deve la creazione della Central Italian Orchestra, che e’ all’origine dell’orchestra nazionale del Kenya. La loro prima esecuzione risale al 13 novembre 1943 nel Theatre Royal di Nairobi , diretti dal Maestro Giuseppe Gagliano, solista il violinista polacco Bronislaw Fryling. Il giornale East African Standard del 14 gennaio 1947 riporta la notizia che il Maestro Gagliano, rientrato in Italia, aveva diretto l’orchestra della RAI di Roma. Nei successive due anni la Central Italian Orchestra aveva dato ben duecento concerti.

In effetti Il Maestro Gagliano, rientrato in Italia, ha diretto dei concerti dell’Accademia di Santa Cecilia di Roma, ha insegnato ai Conservatori di Tolima in Colombia, al Tartini di Trieste, in quello del Cairo, e quello di Bologna , e ha diretto le orchestra sinfoniche della RAI di Roma, Torino e Napoli.

Il programma di uno dei concerti e’ davvero impressionante. Nella stessa serata era stato eseguito l’Arrivo della Regina di Saba di Haendel, il concerto per violino in Si minore di Bach, la 40a Sinfonia di Mozart, l’Idillio di Sigfrido di Wagner, il concerto in Re minore di Wieniawski, e, per finire, l’Ouverture di Egmont di Beethoven.

L’ultimo concerto prima del rimpatrio dei prigionieri ha avuto luogo il 14 aprile 1946 al Theatre Royal con la Vortex Symphonie composta dal Maestro Gagliano, il suo concerto per violino e una Tropical Melancholie, entrambi eseguiti da Bronislaw Fryling.

C’era scarsita’ di strumenti musicali, e vari strumenti a corda erano stati costruiti e riparati dal Ten. Putzolu. Trattandosi di prigioniero non era stato possibile compensarlo, ma prima del suo rientro in Italia una colletta fra i musicisti ha permesso di offrirgli un orologio ricordo. L’orchestra di Nairobi possiede ancora due timpani costruiti dai prigionieri italiani, uno dei quali ha ancora la pelle originale!

Il Ten. Putzolu ha costruito anche una viola, e un suo violino, donato alla Musical Society e’ stato suonato ancora nel 1971, prima di scomparire .

L’orchestra nazionale del Kenya si sarebbe costituita solo a partire del 1948.

Queste e altre notizie si trovano nell’interessantissimo libro “Quavers near the Equator”, di Richard Moss, che contiene anche una foto – piuttosto sfocata – della Central Italian Orchestra e il programma della sua prima esecuzione.

Malattie e cure mediche (Dal Rapporto Melis)

“Servizio sanitario:

Lodevole anche il servizio sanitario, facente capo all’A.D.M.S. dell’E.A. Command e svolto da medici e personale italiani, che si sono sempre adoperati con competenza, zelo, sacrificio.

Il servizio sanitario è distribuito come segue:

  1. Infermerie di campo, con adeguato numero di letti, sala operatoria per casi d’urgenza e per interventi di modesta entità, laboratorio d’analisi, buona assistenza e vitto migliore che nei campi.


  2. Ospedale del campo n. 356 di Eldoret: è l’infermeria elevata ad ospedale: è costruito in muratura ed è dotato di gabinetto radiologico, di laboratorio d’analisi e di un’attrezzata sala operatoria, che consente di effettuare qualsiasi genere di operazioni. Esso funziona pel campo 356 e fa il servizio radiologico anche per i campi viciniori. Il trattamento è quello di un ottimo ospedale.


  3. Third General Hospital di Nyeri che, dall’agosto c.a., ha assunto il nome di


  4. « Italian Central Hospital » (non ancora in uso per gli indirizzi), alle dirette dipendenze dell’East Africa Command.

    È una vasta ottima organizzazione, trattandosi di un ospedale di 600 letti, con tutte le specialità: medicina, chirurgia, oculistica, otorinolaringoiatria, neuropsichiatria (150 letti) e tisiologia (70 letti) e fornito di gabinetto radiologico, batteriologico e odontoiatrico; mancano soltanto gli strumenti per le indagini urologiche, per le quali i pazienti vengono inviati all’ospedale inglese di Nairobi. I medici del 3.G.H. sono degli ottimi professionisti e l’assistenza prodigata agli ammalati è molto buona. Si può dire che tutte le forme di malattia siano state curate in quell’ospedale. Molto bassa la mortalità, che si aggira sull’1% del numero totale dei ricoverati.

    Ospedale del campo 1-A di Nyeri, pei soli evacuati civili; organizzato per tutte le malattie, in collaborazione col 3rd General Hospital.


  5. Ospedali inglesi di Nairobi, di Mombasa e di Gil-gil, che tengono a disposizione degli italiani un reparto e posti vari, per operazioni chirurgiche o altre malattie non curabili nelle infermerie dei vari campi viciniori oppure per indagini particolari e eventuale relativa terapia chirurgica, come nei casi urologici (ospedale di Nairobi). Tutto il personale è inglese e il trattamento è davvero ottimo.


  6. Convalescenziario di Burguret (campo n. 359): dispone di 300 letti e vi sono ricoverati convalescenti dimessi dagli ospedali o dalle infermerie o cronici, delle categorie sottufficiali, truppa e civili. È sito inzona meravigliosa, bene organizzato e con ottimo vitto.


  7. Convalescenziario di Eldoret (campo n. 356): di 100 letti, per soli ufficiali, anch’esso bene organizzato e gradito soggiorno per convalescenti o cronici.


Manca, s’intende, l’illuminazione elettrica (tranne negli ospedali di Nyeri e di Eldoret), ma con lampade a petrolio vi è la luce necessaria.

In ogni campo, persino nell’ospedale di Nyeri, vi sono dei veri e propri centri di artigianato,

La prova che il vitto fu sempre sufficiente si trova nell’esame delle varie malattie incorse in questi 3 anni e mezzo di prigionia: nessun caso di avitaminosi, soltanto poco più di 200 casi di tubercolosi polmonare (con appena 6 decessi), rari casi di anemie primarie gravi.”

Ci sono state nei campi varie epidemie di malaria, di cui molte nella forma della “ black-water fever”, nella quale i globuli rossi rilasciano emoglobina direttamente nel sangue provocando urina nera ( da qui il nome), il collasso dei reni e spesso la morte.

Nella foto Gino Scognamiglio con un amico ricoverati in ospedale ( sullo sfondo si nota la croce rossa sul tetto di un edificio). La data e’ il 20.5.1944, ma il campo non e’ noto. Questa e’ la sola foto che abbiamo trovato di prigionieri in ospedale, o in questo caso in convalescenza.

Lettera di un prigioniero ricoverato nell'Italian Central Hospital

FOTO DI GUERRA E DI PRIGIONIA

Il sig. Francesco Brasolin ha conservato e catalogato con cura una serie di fotografie che Guerrino Brasoni, suo prozio, aveva riportato dalla guerra d’Etiopia e dalla prigionia in Kenya. Lo ringraziamo per averci fatto avere la sua collezione di fotografie, suddivise come segue:


  1. Napoli. Corso Autisti

  2. Viaggio sul Piroscafo Mazzini

  3. Africa preguerra

  4. Aeroporto Neghelli

  5. Convoglio

  6. Riparazione mezzi nella savana

  7. Prigionia

  8. Prigionia: scambio di foto tra prigionieri

  9. Guerrino a casa.


In queste foto scopriamo luoghi e animali esotici, tanti commilitoni, e la tristezza della lunga prigionia. Trasmetteremo al sig. Brasolin eventuali richieste per avere accesso ad altre foto.

L’invio comprende anche un articolo tratto da VULTUR, Rivista Aeronautica, anno VII, No. 7, luglio 1936 dal titolo PROBLEMI DI LOGISTICA AERONAUTICA – I TRASPORTI E LA MOBILITA’ DEI SERVIZI IN AFRICA ORIENTALE, corredato da diciannove fotografie di automezzi, laboratori e macchinari, infrastrutture che assicuravano il rifornimento e la manutenzione dei velivoli.

Sosta presso un termitaio gigante

Ufficiali con un ghepardo addomesticato

Guerrino Brasolin con un orice (Orix Gazella)

La tristezza della lunga prigionia. Questa foto era stata scattata su richiesta di una guardia inglese, indicata con un punto nero. Uno dei prigionieri si rifiuta di guardare l’obiettivo.

5 > LA PAGA DEI PRIGIONIERI

La paga dei prigionieri veniva corrisposta mediante libretti di bollini appositamente stampati, che potevano essere spesi nello spaccio di ciascun campo. Recavano il nome del campo, in denominazioni da 5,10,25, 50 centesimi , 1 e 2 scellini. Secondo la Relazione dell’inviato del Vaticano gli spacci fornivano “ frutta, marmellata, miele, latte in polvere, caffe’, te’, tamarindo, bibite e, talvolta, anche burro, pesce secco e fresco, uova, ecc.”. Un gran numero di questi bollini si trovano in vendita su eBay per cifre che si avvicinano ai $1,000.

Lionandi sta per Londiani il Campo 365

UN LIBRETTO COMPLETO

La seguente informazione era allegata alla vendita di un bollino da uno shellino. Proveniva da un libretto completo riportato a Palermo nel 1945 dal prigioniero Giacobbe Franco e messo in vendita da sua figlia.

“Il libretto comprendeva 6 bollini da cinque centesimi, 6 bollini da dieci centesimi, 4 bollini daventicinque centesimi, 2 da cinquanta centesimi e 1 da uno shellino.”

6> LA POSTA DEI PRIGIONIERI

Uno degli aspetti meno noti della seconda Guerra Mondiale riguarda la posta dei prigionieri. Nell’aprile del 1942 il Brasile, come Potenza protettrice, ha favorite un accordo tra Italia e Gran Bretagna per la posta dei rispettivi prigionieri.

  1. Roma-Lisbona per la posta diretta in Gran Bretagna ;

  2. Roma-Lisbona-New York per la posta diretta in Australia, Nuova Zelanda, Jamaica e le Indie Occidentali ;

  3. Chiasso-Sofia-Gerusalemme per la posta diretta in Africa e in Palestina ;

  4. Chiasso-Sofia-Baghdad per la posta diretta all’India Britannica.

Tutte le lettere dall’Italia passavano la censura a Roma prima di essere indirizzate alla posta estera di Roma, per essere inviate a Chiasso, cittadina che sorge a cavallo della frontiera italo-svizzera. La posta ricevuta nella Chiasso italiana veniva trasferita nella Chiasso svizzera. Da li’ proseguiva in treno fino a Sofia in Bulgaria, in aereo da Sofia a Istanbul, in treno per Gerusalemme, e con volo BOAC al Cairo, dove funzionava la censura Britannica.

Questa rotta era chiamata la rotta Sofia-Istanbul. Dal Cairo veniva inoltrata fino a Nairobi, dove funzionava sotto controllo inglese l’ufficio di smistamento di tutta la posta, con personale italiano.

E curioso poi che siano state anche utilizzate cartoline postali italiane dell’Africa Orientale.

Su quello che resta dell’affrancatura si legge chiaramente : Re d’Italia – Imperatore d’Etiopia, mentre il fascio littorio che figura in mezzo e’ stato oscurato con inchiostro viola.

Da notare che la posta dei prigionieri non richiedeva affrancatura, per cui molti mittenti si preoccupavano di scrivere al posto del francobollo « Postage free » oppure « Prisoner of War post – postage free ».

Queste lettere sono una testimonianza sobria e commovente delle sofferenze provate dai prigionieri e dalle loro famiglie durante i lunghi anni di separazione.

Cartolina 08 03 1945

La posta dei prigionieri di guerra costituisce una categoria specializzata della filatelia. Per chi volesse saperne di piu’ consigliamo il volume di Weisbecker citato in Bibliografia.

Sono numerose le cartoline e le lettere in vendita su internet. Si tratta per la maggior parte di lettere spedite dai prigionieri alle loro famiglie in Italia e da queste conservate fino ad ora. Molto piu’ rara e’ invece la corrispondenza spedita ai prigionieri. Questo si spiega facilmente tenendo conto del fatto che i prigionieri disponevano di pochissimo spazio privato in cui conservare le loro cose – una valigia o una cassetta militare.

La notiza della prigionia dei loro cari arrivava alle famiglie in Italia con grande ritardo. Esempio questo caso, ricordato nell’interessante volume Monselice nella Seconda Guerra Mondiale:

“Riportiamo, tra le molte arrivate in comune, alcune lettere che indicano anche i luoghi di prigionia dei nostri concittadini. Il 24 gennaio [1942] il comando della 2a zona aerea territoriale di Padova informo’ il podesta’ che il sergente pilota Melanio Baldon risultava prigioniero dal 6 aprile 1941 in Kenya”

Una forma particolare di scambio di corrispondenza si ebbe nel 1942 quando vennero utilizzate le Navi Bianche per il rimpatrio di connazionali dall’A.O.I. per portare posta per i prigionieri italiani in Kenia.

ASTE BOLAFFI

1942/1946 - Prigionieri italiani in Kenya - Collezione relativa alla corrispondenza dai campi di prigionia con un dettagliato studio sui vari tipi di bolli in uso montata su fogli da esposizione e sistemata in un raccoglitore - insieme di difficile reperibilità e di grande interesse Venduto a 1,000 euro

7> LE FUGHE DAI CAMPI

In quasi tutti gli eserciti si fa obbligo ai militari fatti prigionieri di tentare con ogni mezzo di fuggire dalla prigionia per rientrare nelle proprie linee. Nonostante l’enorme distanza che separava il Kenya dalle colonie di Stati neutrali come il Mozambico, colonia portoghese, dai campi ci sono stati numerosi tentativi di fuga, alcuni dei quali riusciti, e altri finiti in tragedia.

La fuga piu’ conosciuta e’ quella dal campo 354 di Nanyuki, narrata nel libro di Felice Benuzzi “Fuga sul Kenya. 17 giorni di liberta’” dal quale sono stati girati due film. Dispiace leggere ancora oggi in internet che “I tre sono stati riacciuffati e riportati nel campo”. Questo non e’ vero. I tre, Felice Benuzzi, il dott. Giovanni detto “Giuan” Balletto ed Enzo Barsotti compiuta la scalata, e piantato il tricolore sulla punta Lenana, a 4895 metri sono rientrati nel campo da soli, dove hanno subito una punizione di 28 giorni in cella, poi ridotta a sette.

Oltre alla bandiera, gli scalatori inglesi hanno anche ritrovato una bottiglia con un messaggio lasciato da Benuzzi. Ne ha dato notizia in piena guerra il Times di Londra. La bottiglia figura anche sulla copertina delle Tribuna Illustrata dell’epoca.

Dal campo 356 di Eldoret il principe Vanni Corsini, che parlava perfettamente l’inglese, e’ riuscito ad impersonare un ufficiale britannico, impadronirsi di un camion e fuggire con quattro compagni raggiungendo il Mozambico a 2800 km di distanza. La loro avventura e’ raccontata nel libro ” Lunga fuga verso il sud – l’incredibile evasione di cinque prigionieri italiani” .

Dal campo 365 di Londiani un altro ufficiale, Carlo de Bellegarde, e’ riuscito quasi nella fuga, che si e’ conclusa poco prima di raggiungere il Mozambico. L’avventura e’ raccontata nel suo libro “African Escape: a bid for freedom through 2,000 miles of jungle and forest” pubblicato a Londra.

Si sa di due ufficiali di cavalleria fuggiti a cavallo dal campo di Londiani, ma ripresi dopo due giorni.

Un colono britannico in Tanganyka ricorda un gruppo di quattro “missionari” che chiedevano di essere traghettati di qua dal fiume. Resosi conto di chi si trattava, avverti’ le autorita’ che vennero a riprenderli all’indomani.

C’e’ poi la storia del Generale Giuseppe Palumbo, autore di ben tredici evasioni, tra cui quella lunga ottomila chilometri che lo ha riportato in Italia.

Un colono locale, Grev Gurson, ricorda che alcuni militari erano riusciti a fuggire dal campo 365 di Londiani nascondendosi poi in una grotta che si apre sotto una cascata del fiume Arama presso Eldama Ravine. Gli abitanti del posto avevano portato loro da mangiare, prima che il loro nascondiglio venisse scoperto.

Il famoso paleoantropologo Louis Leakey era stato incaricato della sorveglianza di prigionieri italiani. Alcuni di essi erano fuggiti dal loro campo e un Africano era venuto a dire di aver visto dei wazungu (europei) che avevano bisogno urgente di aiuto. Si trattava dei prigionieri fuggiti che si erano rifugiati “infreddoliti e affamati” sotto un albero.

Abituati a vivere in citta’ in Italia, si erano spaventati per i versi orribili di animali feroci e chiedevano di essere riportati al piu’ presto nel loro campo di prigionia. Le bestie “feroci” che li avevano spaventati – scrive Leakey – erano stati degli hyrax, iraci in italiano, piccoli animali innocui.

Su un altro sito del Kenia si legge che durante la costruzione della strada lungo l’Escarpment e della chiesetta votiva alcuni prigionieri italiani erano fuggiti e avevano trovato rifugio nei villaggi vicini.

Grazie alla cortesia del figlio Arnaldo, che ci ha fornito l’ interessantissimo documento basato sui ricordi e disegni originali del padre, Ten. Ferdinando Panciera, autorizzandoci a riprodurlo negli Allegati, possiamo rivivere passo passo la storia della galleria scavata sotto I reticolati, con straordinaria ingegnosita’ per piu’ di un anno. Lunga 49.50 metri ad una profondita’ di 4/5 metri, la costruzione della galleria ha coinvolto numerosi prigionieri che hanno scavato, smaltito la terra di scavo e costruito attrezzature senza che le guardie inglesi e keniane ne avessero sentore.

Grazie a questa galleria un prigioniero di Pola, noto come “il Mulo”, poi altri due prigionieri, e infine cinque ufficiali, tutti indossando perfette divise inglesi sono riusciti a fuggire dal campo.

Il documento completo con numerosi disegni originali si trova riprodotto negli Allegati .

A PIEDI FINO IN ITALIA

Gerardo Sinatore scrive nei suoi Ricordi d’Africa: La parola d ordine era: portare la pelle a casa a qualsiasi costo e tutti insieme. In quegli anni marciai a piedi dal Kenya attraversando il deserto di Nubia sino in Egitto percorrendo la Somalia, il Sudan, l’ Eritrea e l ‘Abissinia. Erano dieci anni che ero in Africa.

MORTI NEL DESERTO

Altre fughe sono finite in tragedia. Si tratta di militari di cui non si conosce il nome, che avevano tentato di rientrare a piedi in Etiopia, e che sono morti di sete nell’attraversamento del deserto di Marsabit. Le loro spoglie, recuperate, riposano nel Sacrario di Nyeri.

8> IL DRAMMA DELL’8 SETTEMBRE 1943

I prigionieri italiani in Kenya appresero della caduta di Mussolini il 25 luglio del 1943 quando dagli altoparlanti dei campi venne trasmessa la Marcia reale e l’annuncio dell’EIAR (l’Ente Italiano Audizioni Radiofoniche, precursore della RAI).

ANNUNCIO EIAR DEL 25 LUGLIO 1943 TRASMESSO ALLE 23.35

Attenzione, attenzione : Sua Maestà il Re e Imperatore ha accettato le dimissioni dalla carica di Capo del Governo, Primo Ministro Segretario di Stato, presentate da Sua Eccellenza il cavaliere Benito Mussolini e ha nominato Capo del Governo, Primo Ministro Segretario di Stato Sua Eccellenza il cavaliere Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio.

Mussolini non aveva dato le dimissioni, era stato dimesso dal re e arrestato a Villa Savoia il 25 luglio 1943, e portato prima a Ponza, poi alla Maddalena in Sardegna, e da ultimo a Campo Imperatore sul Gran Sasso.

L’8 settembre 1943 il Generale Castellano aveva firmato a Cassibile in Sicilia l’armistizio con gli Alleati.

Il 12 settembre 1943 forze speciali tedesche avevano liberato Mussolini dal Gran Sasso.

Ill 1 dicembre 1943, nelle zone dell’Italia non ancora liberate dagli Alleati, veniva proclamata la Repubblica Sociale Italiana.

Questi avvenimenti, e le frammentarie notizie che giungevano, avevano creato una comprensibile divisione tra i prigionieri. Alcuni si professavano badogliani, altri fascisti. Si ebbero scontri violenti, bastonature effettuate da squadre di punizione, feriti, e perfino dei morti, anche tra i ricoverati in infermieri

Secondo i dati forniti sempre dal generale Nasi questa era la situazione nei singoli campi: a Eldoret (3.500

prigionieri) tre quarti erano per il re e un quarto per Mussolini; a Londiani (3.500, in gran parte ufficiali), quattro quinti per il re, un quinto per Mussolini; a Nairobi (3.000) quasi tutti per la monarchia; a Naivasha (10.000) una piccola percentuale restò fascista; a Burguret (10.000) solo una cinquantina di militari si mantennero fedeli a Mussolini; a Gil Gil (3.500) avvenne il contrario, ben l’80% si dichiarò fascista; a Ndarugu (7.000) solo 350 fascisti, mentre a Mitubiri (3.500) 150 restarono fedeli a Mussolini.

Successivamente le autorita’ britanniche proposero ai prigionieridi firmare una dichiarazione di “Cooperatori” che avrebbe comportato notevoli benefici, oltre alla possibilita’ di lavorare fuori dai campi, anche presso le aziende agricole dei coloni britannici.

Ad un ufficiale italiano che si era rifiutato di firmare la Dichiarazione dicendo :” Dopo tutto e’ vostra l’espressione “My country, right or wrong” l’ufficiale inglese aveva risposto : ”You are a true soldier”.

Per mettere fine agli scontri, il campo 365 di Londiani dove erano rinchiusi gli ufficiali italiani e alcuni tedeschi dovette essere diviso in due, il Londiani 365/7 per cooperatori , e il 365/8 per non-cooperatori.

Il 16 dicembre 1944 il comandante del campo di Londiani 365/8 (non-cooperatori) il colonnello Tucker, fece affiggere all’albo del campo un ordine che faceva obbligo ai prigionieri di non salutare piu’ romanamente ma portando la mano alla visiera, secondo l’uso del R. Esercito, di togliere i fascetti dal bavero delle giubbe e di sostituirli con le stellette, ditogliere dai posti-letto e da tutti i locali le effigie del Duce.

Si minacciava che – in caso di disubbidienza – l’intero campo sarebbe stato punito con la soppressione di quasiasi miglioramento di vitto e di sigarette, fino alla chiusura dello spaccio del campo. Il vitto sarebbe consistito nella sola razione del pane alternata, di tre giorni in tre giorni, con una razione di viveri ridotta .

Per due mesi e mezzo l’ordine fu disubbidito e la punizione regolarmente applicata fino alla minaccia di piu’ gravi e letali inasprimenti. Cio’ nondimento non fu una capitolazione :il comando inglese consenti’ che ogni prigioniero conservasse lo status che aveva al momento della cattura e gli appartenenti alla Milizia poterono conservare i fascetti.

Gli avvenimenti del 1943 in Kenya avrebbero avuto degli strascichi anche molti anni dopo mediante interrogazioni alla Camera dei Deputati il 20 marzo e il 28 settembre 1950 relative ai fatti del campo di Burguret, che avevano portato alla morte di almeno un militare, di nome Calvo, e diversi altri prigionieri per opera di ufficiali italiani.

Ricorda la figlia :… aveva già novant’anni Luigi Pederzoli, quando, quasi per caso, parlando dell’Africa, mi disse che quella che aveva in mezzo alla fronte e che io da sempre avevo creduto fosse una ruga, solo un po’ più profonda delle altre, no, non era una ruga … ….era successo in Kenya nell’infermeria del Campo e non erano stati gli Inglesi, loro si erano “voltati dall’altra parte”, mentre alcuni connazionali lo picchiavano per indurlo a cambiare idea ……

Si sono avute poi situazioni francamente paradossali, come quella che si verifico’ nel campo 354 di Nanyuki. Il Colonnello Lo Bello, che stava invitando tutti i soldati a giurare fedelta’ al Re e rinnegare Mussolini, grido’ con entusiasmo “Viva il Re ! » ma nella foga del momento lo fece a braccio teso con un saluto romano.

9> IL LAVORO DEI PRIGIONIERI FUORI DAI CAMPI

Impiego dei prigionieri in agricoltura

Fin dal 1941 le autorita’ britanniche si erano poste il problema di come utilizzare la mano d’opera costituita dai prigionieri di guerra italiani. Il Cap. F. M. Fraser, Royal Army Medical Corps scrivendo ad un parente in Canada, esprimeva un punto di vista che doveva essere diffuso tra I suoi compatrioti. “Abbiamo un buon numero di WOPs ( dispregiativo per POWs) che vivono a sbafo ( off the fat of the land, in inglese) senza lavorare”. Si dimenticava che I numerosi prigionieri inglesi in Italia venivano allo stesso tempo nutriti dalle autorita’ italiane. Il Capitano Fraser si lamentava anche che “I prigionieri ongni tanto fanno sciopero per vari motivi, ma finiscono col daregli ragione, a spese del popolo inglese”.

Il Ministero della Guerra a Londra decise di utilizzare I prigionieri per lavori pubblici, il piu’ importante dei quali era la Grande Strada del Nord (Great North Road) che, partendo da Broken Hill – oggi Kabwe – nella Rhodesia del Nord – oggi Zambia – lunga 2200 km. doveva facilitare il movimento dei rifornimenti. Per costruirla erano stati approntati ventinove campi di 400 prigionieri ciascuno, dei quali tre in Kenia.

Nel 1942, per far fronte alla penuria alimentare, si decise di adoperareI I prigionieri nei lavori agricoli, in particolare per incrementare il raccolto di grano e granoturco. I vecchi coloni inglesi vedevano di mal occhio la presenza di Italiani a fianco dei loro lavoratori Africani, che in alcuni casi avrebbero dovuto anche sorvegliarli. Avevano espresso preoccupazione per il rischio che la presenza dei prigionieri rappresentava per le mogli inglesi che vivevano sole in fattorie isolate, con il marito richiamato alle armi. Temevano che avrebbero potuto essere “importunate”, ma il Governatore del Kenia, Moore, di fronte alla crisi alimentare, aveva deciso di ignorare le loro preoccupazioni.

Il Governo di Londra aveva anche stabilito i compensi da pagare ai prigionieri impiegati da privati nella misura di 6 pence al giorno per mano d’opera non qualificata, e di uno shellino al giorno per gli operai specializzati. La paga per la mano d’opera Africana era stata fissata a 3 pence al giorno. Anche per questo motivo i coloni preferivano impiegare locali,che pero’ scarseggiavano.

Ricordiamo che prima della decimalizzazione, introdotta nel 1971 (una sterlina vale 100 pence ) la sterlina inglese – 1pound sterling, letteralmente una libbra d’argento 900 – era divisa in venti shellini, e ogni shellino in dodici pence.

Messa in valore di terre agricole

Kenyon Ulyate, per le sue conoscenze di agricoltura in Africa, era stato incaricato di sviluppare la produzione di grano nella zona tra Ngare Nairobi e il West Kilimanjaro. Usando prigionieri di guerra italiani, vaste aree sono state disboscate, arate e piantate a grano con macchinari americani Farmall. In cambio, finita la guerra, l’amministrazione britannica gli ha concesso 5,000 acri di terre agricole.

Un militare kenyano, Musili Buluu, aveva lavorato con prigionieri di guerra italiani che erano esperti di colture in terreni aridi. Molti anni piu’ tardi ha messo a profitto le tecniche che aveva imparato da loro e oggi possiede una piantagione di piu’ di trecento alberi di mango.

Un’intera azienda agricola

Il capitano Gennaro Sora , in Africa Orientale dal 1937 al comando degli Alpini dell’Uork Amba con il grado di Maggiore e successivamente del XX Battaglione Coloniale. Le imprese africane gli valsero una medaglia d’argento e due di bronzo.

Fatto prigioniero dagli inglesi nell’aprile 1941 fu assegnato al Campo 365 di Londiani dove organizzo’ un’azienda agricola, garantendo verdura fresca a tutti i prigionieri. Sul finire della prigionia ebbe modo di scalare la cima Nelion (m.5,188) del monte Kenya.

Un impianto di irrigazione

Il Col. Ewart Grogan ha sviluppato una grande piantagione di agrumi nella zona di Taveta, sfruttando per l’irrigazione le risorgive del vicino monte Kilimajaro. Anche qui le opere di canalizzazione sono state opera di prigionieri italiani.

Sovrintendente di un’azienda agricola con un fucile !

Un altro ricorda (aprile 2017): “ Mio nonno è stato fatto prigioniero in Etiopia, ma la sua sorte fu molto migliore di quella di tanti altri. Avendo imparato l’inglese negli anni ’20 quando lavorava all’isola della Maddalena, è stato reclutato da un colonnello britannico comme sovrintendente della sua immensa proprietà agricola in Kenia. Aveva un fucile e dirigeva 200 operai africani! Molto dotato per le lingue, ha imparato il Kikuyu, lo Swahili, e un pò di Masai.

Questo caso di utilizzazione dei prigionieri era frequente? E’ tornato solo nel 1948, un pò tardi, no? Io ho sempre avuto il sospetto che non fosse tanto motivato a lasciare quel posto dove, pur essendo prigioniero, non era mai stato tanto “ricco” in tutta la sua vita.”

Un prigioniero con il fucile !

Sempre dalla lettera di Marco Spazi apprendiamo quanto segue:

“Non ricordo inoltre in quale campo tra i vari soggiornati, i prigionieri erano riusciti a costruire una radio ricevente e erano abbastanza informati su cosa succedesse al di fuori. Poi , come si evince dagli appunti, mio padre scelse di uscire dai campi come lavoratore e tutto sommato fu trattato abbastanza bene, Nella fattoria ove con altri Romagnoli erano stati utilizzati come ortolani erano liberi di muoversi, addirittura andare a caccia con fucile per procurarsi cibo. Nel 46 ottenne anche una patente inglese per guidare un’auto per lavoro.

Comunque mi raccontava mia madre, che nel dopo guerra in occasione di una visita di una cugina sposatasi con un ufficiale inglese, mio padre non volle conoscere il cogniuge………”

Alla Potha farm.

Un colono inglese James Breckneridge,allora sotto le armi, ricorda che nella farm della zia lavoravano quattro prigionieri italiani. “Erano brillanti, e non c’era niente che non sapessero fare. Gran lavoratori, riparavano i trattori e gli aratri usando parti di recupero che riuscivano ad adattare “.

Un prigioniero nella farm del sig. Smith

Il Sig. Giampiero Ritucci che ci scrive da Roma:

“Potrete trovare di interesse comprendere come io abbia avuto notizia della vostra bella iniziativa. Mio padre, Francesco Ritucci, era stato prigioniero nel Campo di Gil Gil e aveva lavorato per molti anni nella farm della famiglia Smith presso Nakuru, [che dista 30 km dal Campo].

Per ragioni di lavoro mi ero dovuto recare a Nairobi alla fine degli anni 80.

Giunto a Nairobi non è stato difficile per me rintracciarne il figlio Ivan, con cui ancora prosegue una bella amicizia.

Con lui ho anche avuto modo di viaggiare nei dintorni di Nairobi fino a Nakura ed avere anche notizia dell'esistenza della chiesetta costruita dei prigionieri di guerra italiani. Nei giorni scorsi lo stesso Ivan mi ha spedito una copia dell'inserto "Lifestyle" del Sunday Nation di Nairobi del 19 gennaio scorso, in cui la giornalista Daniela OLIVIERA ha ripercorso l'iniziativa di Aldo MANOS e di sua moglie Elena, cogliendo lo spunto dalla promozione del libro di quest'ultimo al Village market di Nairobi.”

Se pensiamo che il cognome Smith e’ quello piu’ diffuso nel mondo anglosassone non deve essere stato facile ritrovare uno Smith in Kenya.

Il piu’ sentito ringraziamento al Sig. Ritucci per questa bella storia, nel ricordo di suo Padre, molisano di Colletorto (CB).

ORTOLANI NELLA CONCESSIONE DEL MAGGIORE HOEY

Dalle Note del Cap.le Pericle Spazi apprendiamo che con lui c’erano altri prigionieri italiani che lavoravano come ortolani nella concessione del Maggiore Hoey nel 1944. La proprieta’ si chiamava “Capsirowa”.

Il Maggiore Arthur Cecil Hoey era una personalita’ di spicco nella comunita’ britannica del tempo. Era stato lui a costruire il primo ponte sul fiume Nzoia per portare il bestiamo ai pascoli dello Trans-Nzoia e “Hoey’s Bridge” era il nome ufficiale dell’intera zona. In epoca successiva il ponte e’ stato ribattezzato Moi bridge dal nome del secondo Presidente della Repubblica.

Una lezione di inglese

Elspeth Huxley ha pubblicato le lettere di sua madre Nellie dal Kenia. In una breve introduzione spiega che “ I prigionieri di guerra italiani si rendevano generalmente utili. Molti di loro erano operai specializzati e venivano prestati ai farmers britannici come meccanici,muratori, falegnami e cosi’ via. Nellie ha approfittao di questa opportunita”. In una sua lettera del 7 ottobre 1943 Nellie scrive: “ Gli Ities ( abbreviazione dispregiativa per indicate dli Italiani) lavorano sodo. Il vecchio giardiniere funziona, ma l’impiegato e’ una creatura ridicola e incapace di dire piu’ di quattro parole d’inglese, due delle quali sono “perfectly correct”. Ho provato in ogni modo a migliorare la sua conoscenza della riproduzione del bestiame, ma “heifers in calf “– giovenche in vitello , per lui diventano “ vacche che aspettano un figlio.”

LAVORI IN OFFICINA

REVISIONE DI MOTORI PER LA RAF

Michael J. Hopkins, nel suo libro di memorie« Feet off the ground – Memories of flying inKenya and beyond » ricorda di aver lavorato nella base della RAF a Eastleigh di Nairobi. Era addetto alla revisione dei motori Pratt &Whitney Twin Wasp, ed accanto al personale della RAF c’erano alcuni prigionieri di guerra italiani ed un gruppo di signorine polacche, molte delle quali erano finite in Kenya.

“Peccato, erano carine, ma c’era il problema della lingua”. C’e’ da credere che gli Italiani non si arrendessero davanti a questa prima difficolta’.

Parco macchine agricole

Il maggiore Cavendish-Bentick, che piu’ tardi divenne Ministro dell’Agricoltura, era presidente del comitato agricolo del Kenya. Aveva creato un pool di macchine agricole che gli agricoltori locali potevano prendere in affitto. Prigionieri di guerra italiani erano addetti alla manutenzione e riparazione delle macchine agricole, oltre che alla costruzione di strade.

COSTRUZIONE DI STRADE PONTI DIGHE

Strada dell’ Escarpment e chiesetta votiva

Una delle opera pubbliche piu’ importanti dovute al lavoro dei prigionieri italiani e’ la strada costruita lungo i ripidi pendii dell’Escarpment, che in pochi chilometri supera un dislivello di quasi mille metri. Dove la strada incontra la pianura a Mai Mahiu i prigionieri hanno costruito una chiesetta votiva, che moltissimi turisti si fermano a visitare dato che si trova sulla strada cha da Nairobi porta al parco nazionale del Masai Mara.

Si narra che fosse stata completata nel Natale del 1942, quando gli ufficiali inglesi erano assenti. Si sa di certo che diversi prigionieri sono morti, pare per punture di serpenti velenosi, presenti ancora adesso nella zona.

Chiesetta di S.Maria degli Angeli

Il giornalista Douglas Kiereini dedica molto spazio alla storia della chiesetta nell’articolo pubblicato sul Business Daily del 17 settembre 2015.

“C’erano delle tombe vicino alla chiesa e una croce in cemento e’ stata offerta da Christine Nyagitha per onorare gli Italiani caduti.

Secondo la signora Nyakio gli Inglesi avevano costruito una loro caserma lungo la strada che porta al paese di Maai Mahiu e il campo dei prigionieri si trovava sulla sinistra dove comincia la salita. Lei sostiene che che esiste una fossa comune a nord della chiesa in cui erano stati seppelliti piu’ di 100 corpi durante la Seconda Guerra Mondiale. Altre tombe senza nome si trovano accanto alla chiesa. C’e’ una caverna vicina dove I prigionieri si nascondevano quando non avevano voglia di lavorare.

Sembra che gli Italiani fossero molto bravi a fabbricare oggetti con qualunque materiale fosse disponibile per poi venderli ai locali in cambio di sigarette o altro. Ancora oggi le contadine trovano oggetti metallici e pacchetti vari tra gli sterpi quando zappano I loro campi.

Nyakio sostiene che alcuni prigionieri erano riusciti a scappare durante la Guerra verso la vicina zona di Limuru dove sono stati ospitati dagli abitanti.

Credo che la gente pensasse di avere con loro un commune nemico Britannico visto che la lotta per l’indipendenza cominciava a prendere piede. Devono essere stati accolti molto caldamente visto che , qualche anno dopo, hanno cominciato ad apparire in zona prove evidenti della loro progenie.

Non e’ chiaro chi abbia dipinto l’affresco nella chiesa, ma lo si attribuisce comunque a NavitatisNDJC. Questa incertezza e’ dovuta al fatto che questo artista “Navitatis” non sembra aver dipinto nient’altro prima o dopo l’affresco della chiesetta. C’e’ pero’ un nome scritto sull’affresco , quello di Pittore R. e la data 25.2.1943. Tutto cio’ conferma la data in cui l’affresco e’ stato dipinto, il 1943. Puo’ anche darsi che questo “Pittore” abbia dipinto l’affresco – ma questo resta ancora da confermare.

NOTA [ Navitatis NDJC , in Latino, sta per Nel giorno natale di Nostro Signore Gesu’ Cristo].

[Pittore non e’ il cognome dell’artista sconosciuto, che per modestia, ha voluto firmare con la sola iniziale R.]

Su internet il 13 luglio 2010 Andy Benaglia scriveva : “ Sono nato in Kenia e la foto della chiesetta mi riporta alla memoria ricordi della mia infanzia laggiu’. Mio padre, Dino Carlo Benaglia e’ stato uno dei prigionieri che hanno costruito la chiesetta e ricordo che ci fermavamo sempre quando andavamo dalla nostra farm a Nairobi. Sto cercando di raccogliere qualunque informazione disponibile sugli anni della prigionia e sulla chiesetta.”

Sotto , il 18 ottobre 2011 Luigi Pucci aggiungeva: “ Salve, puoi mandarmi una copia, perche’ anche mio padre ha costruito questa chiesetta!. luiphy@gmail.com

LA STRADA DA LIMURU A NAIROBI

Il famoso scrittore kenyano Ngugi wa Thiongo, nel libro di memorie della sua infanzia, “Petals of blood”, ricorda che la strada da Limuru a Nairobi era stata costruita da prigionieri italiani che avevano scavato un lato della collina presso Limuru.

Grazie alle sue Note sappiamo che c’era un Campo Lavoratori per la costruzione di un canale a RUMURUT I nel 1942, di un altro Campo Lavoratori a KITALE nel 1943, e di prigionieri italiani che lavoravano come ortolani nella concessione del Maggiore HOEY nel 1944.

Diga di Ruiru

Dopo forti contrasti con i proprietari nativi, le cui terre sarebbero state inondate dalle acque della diga, i lavori sono cominciati nel 1945. Il progetto era stato realizzato prima, ma i lavori si erano fermati a causa della Guerra. Nel frattempo la popolazione di Nairobi era cresciuta notevolmente, per cui non appena completata la diga, l’acqua disponibile si era rivelata insufficiente rispetto ai bisogni.

La diga di Ruiru e’ stata costruita nel 1945 impiegando 100 Italiani cooperatori.

Diga sul monte Kenia

La giornalista Rupi Mangat sul giornale The Nation descrive una escursione sulle pendici del Monte Kenia nel novembre del 2017. Partendo dalla cittadina di Naro Moru il gruppo attraversa la foresta demaniale di Gathiuru che ha 14,985 ettari, di cui 2530 piantati a cipressi ed eucalypti a scopo commerciale e il rimanente foresta originaria. In mezzo ad alti cedri coperti di muschio e di orchidee e a dozzine di altri alberi nativi, il gruppo si ferma presso la diga costruita dai prigionieri italiani durante la Seconda Guerra Mondiale, come ricordato da una scritta che hanno fotografato. Ora l’invaso e’ interamente coperto da carici e canne.

La prima fornace di mattoni in Kenia

I prigionieri hanno costruito la prima fornace di mattoni del Kenia nella citta’ di Thika. La fornace e’ stata protetta mediante Gazetting nel 2011, insieme alla chiesa e al monument del campo 360 di Ndarugu. Prima della costruzione di quella fornace i mattoni in Kenia erano tutti importati da fuori.

COSTRUZIONE DI CASE, CHIESE E OSPEDALI

KALOLENI : UN ALTRO IMPORTANTE CONTRIBUTO DEI PRIGIONIERI ITALIANI

Dopo la pubblicazione dell’articolo di Daniela Oliveira sul Daily Nation ci sono stati segnalati lavori di prigionieri che erano rimasti finora sconosciuti. Una delle piu’ importanti opere pubbliche costruite da prigionieri di guerra italiani dal 1943 al 1948 è stata certamente la città giardino di Kaloleni, oggi uno dei quartieri di Nairobi. Ispirata alle teorie sull’Unità di quartiere dell’urbanista americano C.A.Perry era stata progettata per alloggiare 3000 uomini (le autorita’ coloniali britanniche non permettevano ai lavoratori africani di portare in citta’ le loro famiglie) in 1500 casette di due unita’ ciascuna, costruite in pietra con tegole importate dall’India.

Vi hanno vissuto personaggi poi diventati famosi come Tom Mboya, uno dei fondatori del Kenya, ucciso nel 1969, il dott. Milton Obote, poi Presidente dell’Uganda, e Charles Rubia, primo sindaco africano della Capitale. Barak Obama padre, autorizzato dagli anziani della sua tribu’, vi aveva organizzato una raccolta fondi ( Harambee in lingua Swahili) per finanziare il suo viaggio negli Stati Uniti.

Nel 1952 la principessa Elisabetta era venuta a prendere il the nella casa numero L 1, e nel 1969 il Senatore Robert Kennedy ha tenuto un discorso nella Sala comunale, il Kaloleni Social Hall, in cui si riuniva il Consiglio Legislativo (Legco), primo Parlamento della Colonia. Nel 2015 la Sala comunale e’ stata “gazetted” come monumento di interesse storico nazionale.

LA CHIESA DI SAN PATRIZIO A MUTUNE

Il 2 febbraio 1945 padre Paul White era arrivato a Mutune con un camion della Consolata carico di lamiere ondulate per il tetto della sua nuova chiesetta. Il terreno gli era stato ceduto da un convertito locale, ma la mano d’opera era formata da tre prigionieri italiani, un carpentiere e due muratori, che aveva ottenuto dal Maggiore Kelly del campo 361 di Kajiado.

Il 17 marzo , giorno di S.Patrizio, ha potuto celebrare la sua prima messa. Padre White attribuisce il successo nell’ottenere il terreno alle preghiere delle Sorelle Carmelitane di Nairobi la cui madre superiora, irlandese, aveva chiesto che la chiesa fosse intitolata al santo protettore dell’Irlanda.

UNA CHIESETTA VICINO AL SOLIO RANCH ?

Il Sign. Claudio Provana ci scrive dall'Italia:

“…sono passato anch'io dal Kenia per un safari mi avevano segnalato vicino a Soglio Ranch che si trova una chiesetta costruita da prigionieri italiani che purtroppo non ho visto, La conosce?”

Non abbiamo notizie di questa chiesetta. Il Solio Ranch e’ una vasta riserva privata dove vengono protetti in particolare I rinoceronti.

Il primo ospedale di Wajir

Tre prigionieri italiani sono stati capomastri nella costruzione del primo ospedale di Wajir nel 1944 con l’aiuto di manodopera locale. Wajir si trovava a 420 km di pista dal campo piu’ vicino, il numero 354 di Nanyuki. Notare la svista nel nome di uno di essi nella scritta che all’interno ancora ricorda la costruzione

CASE PRIVATE

“Etherington House” progettata dall’Arch. Ernest May.

Siamo grati alla signora Juliet Barnes, fondatrice e presidente del Happy Valley Heritage Trust per il suo prezioso lavoro di salvaguardia degli edifice storici degli Anni Venti e Trenta in Kenya.

Ci ha fornito alcune foto recenti della Etherington House, progettata per la famiglia Etherington dal famoso architetto tedesco Ernest May , rifugiato in Kenya negli anni 30 a causa delle persecuzioni razziali.

La casa e’ stata costruita da prigionieri di guerra italiani.

C’e’ anche lo schizzo iniziale dell’architetto con la caratteristica torretta centrale.

Casa “Garryowen” a Londiani

Molly Ryan era una delle tante signore inglesi il cui marito era stato richiamato ed era rimasta sola a gestire la loro farm a Molo. Nel suo libro riconosce che e’ stato solo grazie ai prigionieri di guerra italiani che le e’ stato possibile non solo mantenere, ma addirittura aumentare la produzione grazie alla capacita’, senso di inziativa e incredibile energia degli Italiani.

Trentanove prigionieri dal vicino campo di Londiani erano impiegati da lei, comandati da un ufficiale – di cui non ricorda il nome. Ricorda pero’ che proveniva da un reggimento lombardo, era biondo e aveva un volto aristocratico. Era un grande esperto di agricoltura e le coulture modello che aveva organizzato avevano dato risultati di gran lunga superiori a quelli locali.

“I nostri trentanove comprendevano un architetto, il Tenente Mario Pittana, tre falegnami, un esperto di piretro, e molti altri tecnici. Ci siamo fatti costruire da loro in diciotto mesi la nostra nuova casa.

Piu’ tardi anche Luigi Pittana, fratello di Mario, ‘e venuto a progettare l’impianto fognario.

Per celebrare la nuova casa, abbiamo dato una grande festa, curata da un altro prigioniero, gia’ cuoco del Grand Hotel di Roma, alla quale abbiamo invitato trecento vicini.”

Carissa House

(Matanya, -0.112674, 36.974948).

Eric Sherbrook-Walker era proprietario dell’albergo Outspan di Nyeri e del Treetops, costruito nella foresta degli Aberdares su un giganesco albero per osservare gli animali che venivano ad abbeverarsi nella pozza sottostante. Il Treetops e’ uno dei luoghi simbolo del Kenya dei Safari, dove hanno soggiornato la regina Elisabetta, Lord Baden-Powell, Charlie Chaplin, Paul McCartney e tanti altri

I coniugi Sherbrook-Walker si erano fatti costruire Carissa House lungo il fiume Naro Moru con una splendida vista sul Monte Kenya. La casa ha dodici camera da letto tutte con bagno. Era stata costruita da prigionieri di guerra italiani, dei quali non conosciamo il nome.

Dopo l’Indipendenza e’ stata acquistata dalla famiglia Nderi che tuttora la possiede e che ci ha cortesemente autorizzato a pubblicare sul sito la foto della casa. Gliene siamo molto grati.

Veduta parziale della casa Carissa

La casa vista dal fiume. Il tetto e' in scandole di legno (shingles in inglese) in uso all'epoca coloniale.

Loldia House presso Naivasha

Sulle alture che dominano il lago di Naivasha una famiglia inglese si e’ fatta costruire una casa dai prigionieri italiani . Ora e’ diventata un albergo. Nella brochure viene ricordata l’opera dei prigionieri.

RAYETTA HOUSE

In un libro pubblicato recentemente, The ghosts of Happy Valley, Juliet Barnes ha intervistato Bubble Delap,vedova di Bill, che ricorda :”la nostra prima casa in pietra a Rayetta, sulle pendici degli Aberdares non lontano da Ol Kalou, e’ stata costruita da un prigioniero di guerra italiano nel 1946. Cantava sul tetto. Aveva quattro o cinque stanze da letto”. Nel libro c’e’ un foto della proprieta’, ma la casa si intravede appena.

LA GABB’S GUESTHOUSE A NORTH KINANGOP

Cerchiamo informazioni sulla Signora Lucy Gibbs che gestiva la Gabb’s Guesthouse a North Kinangop vicino a Kipipiri e alle Aberdares. Nella foto la casa come si presenta oggi. Era stata probabilmente costruita dai prigionieri italiani. L’attuale proprietario, il cui padre l’ha acquistata nel 1964, vorrebbe che fosse rimessa a posto e usata di nuovo. La struttura della casa e’ solida, ma gli interni andrebbero riparati

SCUOLA DI ST. ANDREWS A TURI

Nel 1944 la scuola di St. Andrews a Turi presso Molo era bruciata ed e’ stata ricostruita dai prigionieri italiani che hanno anche costruito una piscina. Il campo piu’ vicino era quello di Londiani, numero 365. Oggi la St. Andrews e’ una delle scuole private piu’ care del Kenya dove si pagano 8000 euro di retta, a trimestre.

Gli Archivi del Comitato Internazionale della Croce Rossa di Ginevra hanno questa foto dei prigionieri mentre costruiscono la prima piscina della scuola di Turi.

La direzione del collegio ci ha informato di essere in possesso di altre foto dell’epoca che mostrano I prigionieri italiani mentre ricostruiscono gli edifici dopo l’incendio e si e’ dichiarata disposta a metterle a disposizione del sito.

Abbiamo ricevuto dal figlio del Cle.SPAZI Pericle da Rimini, una lettera con le note autografe del padre, e il suo permesso di guida , che lo indica come uno dei lavoratori che hanno ricostruito la Scuola di St.Andrews a Turi.

Grazie alle sue Note sappiamo che c’era un Campo Lavoratori per la costruzione di un canale a RUMURUT I nel 1942, di un altro Campo Lavoratori a KITALE nel 1943, e di prigionieri italiani che lavoravano come ortolani nella concessione del Maggiore HOEY nel 1944.

Case per il personale della Marula Farm

Non lontano da Naivasha si trova una grande proprieta’ agricola, la Marula farm. Durante la guerra l’allora proprietario inglese aveva impiegato molti prigionieri italiani dal vicino campo 352 di Morendat. Essi hanno costruito diverse casette tuttora occupate dal personale della farm. Ringraziamo il conte Paolo Lovatelli per le foto delle casette che in origine dovevano avere il tetto di paglia. Notare l’elegante rifinitura del camino.

Una fontana ricordo in casa Harries

La famiglia di Mike Harries e’ stata fra I primi coloni britannici arrivati in Kenia dove ha sviluppato una piantagione di caffe’ non lontano dal campo 360 di Ndarugu. Durante la guerra molti prigionieri italiani hanno lavorato nella loro proprieta’ dove hanno costruito, tra l’altro, una fontana che ancora sorge davanti alla casa. La mamma di Mike e’ stata per quasi due anni la segretaria del comandante del campo 360, il Colonnello Charles Pennack, che ha volute ringraziarla con un biglietto e un piccolo dono. Il figlio Mike ci ha cortesemente lasciato riprodurre il biglietto, nonche’ la foto ricordo delle guardie del campo, scattata nel giorno di Natale del 1942

UN’ALTRA BELLISSIMA FONTANA

Patrick Walker ci invia la foto della Fontana che I prigionieri italiani hanno costruito nella casa chiamata Harmer Hoo a Nairobi e che lui ha provveduto a smontare e ricostruire a Kilifi per sottrarla alla distruzione. La forma e’ veramente classica e il coronamento ricorda la pigna romana che corona diverse fontane di Roma. Anche Rimini ne vanta una , ammirata da Leonardo da Vinci che la descrisse nel 1502.

UNA FONTANA IN GIARDINO

La signora Sally Vidalis racconta che suo papa’, Theo Schouten, impiegava diversi prigionieri italiani nella sua attivita’, e aveva con loro un ottimo rapporto perche’ erano capaci e gran lavoratori. Ogni sabato gli faceva avere della farina, una quantita’ di uova e del formaggio, che scarseggiava durante la guerra. La domenica I prigionieri mandavano alla casa un vassoio di quello che avevano cucinato. La signora lo ricorda ancora come “il miglior pasto della settimana”!

Il papa’ aveva chiesto ad uno dei muratori di fabbricargli una vasca per abbeverare gli uccelli nel giardino della loro casa di Karen, e se l’e’ vista decorare con questa bella statua.

I MATTONI PER UNA VERANDA

La signora Elena Manos voleva costruire un seconda veranda nella sua casa di Nairobi. Si era recata alla fornace per cercare dei mattoni uguali a quelli della veranda principale e aveva scoperto che non si facevano piu’ di quella misura. “Ma aspetti, le aveva detto il responsabile, di la’ c’e’ un muro costruito dai prigionieri italiani con I loro mattoni. Se vuole li possiamo recuperare e ce li paga come nuovi”.

L’arch. Rabaglino, ex prigioniero che aveva progettato la Chiesa Ossario di Nyeri e altri importanti edifici a Nairobi, ha accettato questo piccolo incarico quando ha saputo la storia dei mattoni. Ecco come si presenta la veranda.

SCIENZIATI E RICERCATORI

Scienziati e ricercatori

Un capitolo a parte meritano i numerosi scienziati e ricercatori italiani i quali, da prigionieri di guerra, hanno collaborato con il Museo Coryndon di Nairobi, contribuendo alle pubblicazioni e scoprendo addirittura specie nuove che portano il loro nome. Si tratta, in particolare, del Trilobitideus Meneghettii, che il Prof. Toschi ha dedicato a Ferruccio Meneghetti, e dell’Aenictotilus Grossii, dedicato al Dott. Giancarlo Grossi.

Il Museo di Storia Naturale di Nairobi era stato creato nel 1930 e portava il nome di Sir Robert Thorne Coryndon, governatore del Kenia dal 1922 al 1925. Dopo l’indipendenza, nel 1963, ha preso il nome di Museo Nazionale del Kenia.

Saverio Patrizi Naro Montoro, gia’ Ispettore Generale per la caccia in A.O.I. scrive: “Scarso lavoro di natura entomologica , ma pur interessante per nuove forme raccolte, mi fu possibile fare nel campo p.d.g. di Londiani (Kenya), ove soggiornai dal settembre 1942 al dicembre 1943. Trasferito, per tutto il 1944 al campo p.d.g. di Eldoret, vi potei raccogliere, nel breve raggio a me accessibile,un rilevante numero di forme. L’anno 1945 fu da me trascorso a Nairobi, ed in questo periodo, pur con le gravi limitazioni di movimenti imposte ad un prigioniero, potei lavorare con maggior profitto alle dipendenze del “Coryndon Museum”, ove ritrovai Meneghetti, nonche’ il Prof. Augusto Toschi anch’egli prigioniero di guerra. A questi due amici e compagni di lavoro vada il mio grato pensiero, come anche agli altri colleghi dei campi di prigionia, e in particolare al Magg. Strobele, che, appassionato allo studio delle formiche, volle generosamente donarmi gran parte del materiale da lui raccolto. Ringrazio anche il Prof. Parenzani, il Dott. Grossi, e quanti vollero essermi di aiuto e di incoraggiamento.”

Ferruccio Meneghetti ha dato un grande contributo ai lavori del Museo, e il suo nome compare piu’ di trenta volte nel catalogo delle sue pubblicazioni. Il Prof. Augusto Toschi, che aveva guidato una missione zoologica in A.O. per l’Universita’ di Bologna nel 1940, ha pubblicato anche lui diversi studi per conto del Museo Coryndon.

Mario Spagnesi racconta: al sottoscritto fu permesso di uscire dal campo e di andare nella vicina foresta insieme ai boscaioli, dove potè raccogliere, valendosi dell’aiuto dell’allora Sergente Maggiore Rutilio Miglioli di Modena, decine di migliaia di insetti, farfalle, ragni e centinaia di pelli di uccelli che, tramite il comando inglese del campo, poterono essere inoltrati al Prof. Toschi a Nairobi.

Anche Giuseppe Virnicchi, zoologo, aveva collaborato con il Coryndon Museum fornendo pelli di animali e segnatamente di uccelli, destinati all’esposizione nelle sale del museo.

Scavi del sito preistorico di Olorgosailie

Prigionieri italiani hanno aiutato il famoso archeologo Louis Leakey negli scavi del sito preistorico di Olorgosailie dove sono state rinvenute ossa di animali estinti cinquantamila anni fa e dove si trovava una vera e propria fabbrica di utensili di pietra.

PITTORI SCULTORI E MUSICISTI

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ARTIGIANI

UN MODELLO DI NAVE DA GUERRA

Ringraziamo il sig. Francesco Brasolin per la foto del modello della corazzata Caio Duilio, costruito da suo padre Guerrino Brasolin, in alluminio e legno, quando era prigioniero nel Campo 360 di Ndarugu .

Un violino costruito con i fiammiferi

Le opere di artigianato furono di diverso tipo, dalle piu’ semplici alle piu’ complesse e qualche prigioniero riusci’ con le sue realizzazioni a stupire le autorita’ di custodia per l’inventiva e la capacita’ creativa . Straordinaria fu anche – ricorda un Inglese – la costruzione di un violino « funzionante » (sic) composto da migliaia di fiammiferi usati.

« Nel marzo 1944 in Nairobi fu tenuta una grande mostra dei vari prodotti dei prigionieri italiani ; essa fu inaugurata dal Governatore e rimase aperta dieci giorni. Fu frequentatissima e quasi tutti gli oggetti esposti furono acquistati dalla popolazione di quella citta’. (Dalla Relazione Meli

Giocattoli per bambini

Un altro ragazzo inglese ricorda : « Mio padre ammirava il modo con cui i prigionieri italiani riuscivano a mettere insieme macchine con materiali di recupero , fabbricare mobili e giocattoli, riparare veicoli e macchine agricole nonostante le restrizioni del tempo di guerra. I prigionieri hanno fabbricato una bellissima macchina a pedali per noi bambini usando metallo di recupero,.

Il sig. Henry Henley conserva ancora questo giocattolo fabbricato per lui da un prigioniero italiano

Dario e i suoi spaghetti

Daphne Sheldrick, da poco scomparsa, era nata e cresciuta in Kenia dove aveva sposato un direttore del Parco Nazionale dello Tsavo e, dopo la sua morte , aveva creato un centro per gli elefantini rimasti orfani a causa del bracconaggio, molto frequentato a Nairobi. Ricorda che durante la II Guerra Mondiale c’erano due prigionieri italiani sulla farm di suo padre.” Si chiamavano Dario, un meccanico che parlava un po’ d’inglese, e Ferrara. Dario si fabbricava da solo gli spaghetti che metteva ad asciugare sulle corde della biancheria “ scrive nel suo libro di memorie, pubblicato nel 2012. Suo padre, con i due Italiani e una ventina di aiutanti locali, era incaricato di procurare carne di zebra e di congone, che, essiccata al sole, serviva per i campi di prigionia. Le pelli – ricorda- venivano spedite negli Stati Uniti per farne cinghie di trasmissione, con le setole si fabbricavano spazzole, la carne veniva essiccata, e le interiora venivano consumate dalla tribu’ vicina. Cosi’ nulla andava perduto.

Una scatola di legno nel Museo della Guerra Britannico

Il Museo della Guerra Britannico (Imperial War Museum) di Londra ha tra le sue collezioni una scatola di legno opera di un prigioniero italiano del campo di Gilgil. Alta 11 cm. lunga 30 e larga 14.5 la base e il coperchio assomigliano a due libri. Il coperchio e’ decorato con due uccelli (?) colorati di nero e con un bordo nero . Sul davanti sono incise due colonne e la scritta PRISONER OF WAR ripetuta due volte.

UN SOFFIETTO PER IL CAMINETTO

Henry Henley ci manda questa foto di un soffietto per il caminetto, con tanto di stemma di famiglia, fabbricato dai prigionieri italiani che lavoravano nella loro farm in Kenya. Questo bell’oggetto e’ ancora in uso nella loro casa in Inghilterra, da dove ci ha fatto inviare la fotografia.

Ecco un altro esempio di un vaso ricavato da un bossolo e venduto dai prigionieri a Nairobi.

UN CAMINETTO E UN CORTILE COSTRUITI DAI PRIGIONIERI

Tom Lawrence ci manda le foto del caminetto e del cortile costruiti dai prigionieri italiani nella sua casa in Kenya.

Il bel cane e’ convinto di essere lui il padrone di casa e che gli adulti abbiano solo il compito di nutrirlo e coccolarlo.

Una barca a vela in regalo

Il Sig. Peter Wise ci scrive da Toronto, Canada con questa bella storia. Suo padre ha vissuto in Kenya durante la Guerra, aveva un’impresa ed ha stretto amicizia con un prigioniero italiano del quale il figlio ricorda solo il numero, POW 1041, ma non ricorda il nome. Il prigioniero ha costruito una modello di barca a vela di straordinaria precisione che ha regalato a suo padre.

Ci manda la foto del modellino , che pubblichiamo con piacere , e ci chiede notizie dell’artista che l’ha costruita. Era uno che se ne intendeva di barche e di mare. Qualcuno ci puo’ aiutare?

10> PRIGIONIERI E INTERNATI DI ALTRE NAZIONALITA’​

Il Rapporto Melis parla di prigionieri Tedeschi, Ungheresi, Finlandesi, Francesi (che non avevano aderito al movimento di De Gaulle).

PRIGIONIERI TEDESCHI

Nel campo 365 di Londiani il Rapporto Melis parla di 250 ufficiali e soldati tedeschi.

Un’altra fonte parla di “pochissimi prigionieri tedeschi nel campo 353 di GilGil”.

Relazione all’Ufficio Informazioni del Vaticano [marzo-aprile 1946] « La situazione dei prigionieri tedeschi nell’Africa orientale britannica e in Egitto ».

Kenya-Colony

“ I prigionieri Tedeschi si trovano in questo distretto in gran parte nel campo 365 (Londiani) con circa 250 uomini assieme con oltre 2.500 ufficiali italiani fascisti. Per quanto riguarda i soldati ed ufficiali tedeschi durante tutto il periodo della mia permanenza in quel campo, nessuna visita del Delegato Apostolico, che ha sede a Mombasa, ha avuto luogo; i nostri compatrioti non sono stati nemmeno favoriti del consueto dono del Santo Padre consistente in 5.000 scellini coi quali sono stati beneficati solo i prigionieri italiani.

La stessa cosa si può dire degli internati civili del campo di Nayuky. Non è stato mai permesso ad un cappellano cattolico di lingua tedesca di visitare i campi e la mancanza completa di libri spirituali e costruttivi si risente gravemente. Durante il mio soggiorno nell’ospedale di Eldoret che si trova vicino al campo sunominato, ho avuto colloqui con i Rev.di Padri van der Weijden e P. H. Hartmann ambedue olandesi della Missione Milhill ed essi mi hanno assicurato che i Governatori del Kenya, nella loro mentalità massonica, rifiutano una cura spirituale ai campi tedeschi. Questo si potrebbe ottenere solamente se sacerdoti tedeschi o olandesi ottenessero avvisi superiori”.

Nelle lettere e cartoline di prigionieri in vendita su internet abbiamo trovato solo una di un prigioniero Tedesco e una di un prigioniero francese. Nel Sacrario Militare di Nyeri c’e’ un loculo con i resti di Marie-Jeane, probabilmente figlia di madre francese e di padre italiano.

L’Ambasciata di Germania a Nairobi da noi contattata ci ha fornito I dati seguenti sui prigionieri di Guerra tedeschi in Kenia.

Desideriamo ringraziare sentitamente

l’ufficio del loro addetto militare per la sollecita e cortese informazione. I dati provengono dalla Deutsche Dienststelle (DD), l’Ufficio Informazioni sui militari caduti e prigionieri, che ha sede a Berlino.

L’Ambasciata ci scrive:

“In risposta all Sua richiesta di informazioni possiamo comunicarLe che si trovavano nell’Africa Orientale i seguenti campi di prigionia:

Londiani a 15 km a NO di Nairobi [ in realta’ sono 222 km]

Naivasha a 60 km a NO da Nairobi

Thika a 40 km a NE di Nairobi.

C’era anche un campo Numero 352 in localita’ sconosciuta. Forse c’erano due campi a Naivasha con I numeri 352 e 353. [ In realta’ il campo 352 si trovava a Naivasha e il 353 a Gilgil, non lontano].

Nella “Storia dei prigionieri di Guerra tedeschi nella Seconda Guerra Mondiale” pubblicata tra gli anni 1962 e 1974 da una Commissione Scientifica coordinata dal professor dr. Erich Maschke, Casa editrice Gieseling di Bielefeld, nel volume XI/1 a pagina 112-113 si legge:

“In tre campi di prigionia in Kenia, e cioe’ 353/ Naivasha, 356/Thika e 365/Londiani si trovavano pochi prigionieri tedeschi tra il 1942 e il 1944. Per la maggior parte si trattava di personale della marina mercantile. A Londiani dove apparentemente erano stati concentrate tutti I prigionieri, si trovavano anche 22 appartenenti alla marina militare. In base alle informazioni fornite dal British War Office sono stati liberati nell’autunno del 1946. Le loro condizioni erano ritenute buone. Non era permesso loro di lavorare.”

PRIGIONIERI FINLANDESI

Ad una nostra richiesta di informazioni su questa segnalazione del delegato della Santa Sede, l’ambasciata di Finlandia a Nairobi ha risposto in tempi record chiarendo che si era trattato di 20 marittimi finlandesi imbarcati sulla nave jugoslava “Sreca” i quali erano stati arrestati nel porto di Mombasa per “disturbi alla quiete pubblica”.Dato pero’ che la Finlandia era entrata in guerra contro l’Inghilterra, questi erano stati immediatamente internati nel “Centra Internment Camp 1 “ di Nairobi, che i Britannici chiamavano ugualmente un campo di prigionieri di guerra

La Finlandia aveva ottenuto notizie su di loro tramite il consolato di Svezia a Nairobi che curava gli interessi finlandesi. Aveva cosi’ saputo che 19 di essi avevano lavorato fuori dal campo durante il 1943. Sono stati finalmente rimpatriati nel giugno 1945, via Londra e Stoccolma.

Sui prigionieri Ungheresi non abbianmo trovato notizie. Infine nel campo 353 di GilGil sono stati rinchiusi diversi “terroristi” dell’Irgun prima di essere rimpatriati dopo la costituzione dello Stato di Israele.

INTERNATI MALTESI

Da Malta le autorita’ inglesi avevano internato, prima in Uganda e successivamente nel campo 358 di Makindu, il Chief Justice Sir Arturo Mercieca, perche’ filo italiano.

UN CITTADINO UNGHERESE

Nell’Elenco della Consolata dei soldati sepolti a Nyeri compare il nome del civile Karl Alfred ( solo I nomi di battesimo) matricola 5749 deceduto il 10.12.1946 sepolto nella Cappella III loculo 20. La Nota 11 a pie’ di pagina precisa: Di nazionalita’ ungherese. Generalita’ complete al Consolato d’Italia di Nairobi.

RIFUGIATI POLACCHI

A meta’ del 1944 nell’East Africa si trovavano piu’ di 13,000 rifugiati polacchi, in grande maggioranza donne e bambini. In Uganda I campi si trovavano a Masindi e Koya sul lago Vittoria, in Tanganyika il campo piu’ grande (4,000 rifugiati) era a Tengeru con altri minori a Kigoma, Kidugala, Ifunda, Kondoa e Morogoro.

In Kenia I campi si trovavano a Rongai, Manira, Makindu, Nairobi e Nyali, presso Mombasa.

Non erano prigionieri, ma hanno avuto in commune con essi la lontananza dalla patria e la sistemazione in campi o villaggi autosufficienti.

Su una delle lapidi del cimitero polacco di Tengeru in Tanzania si legge un verso del poeta romantico polacco Adam Mickiewicz (1798 – 1855)

«Jeśli zapomnę o nich, Ty, Boże na niebie, zapomnij o mnie».

«Se io mi dimenticherò di loro, allora Tu, Dio nei cieli, dimenticati di me».

Evidentemente molti li ricordano ancora poche’ un’ agenzia organizza regolarmente dei viaggi dalla Polonia per visitari i luoghi dove hanno vissuto.

Negli anni successivi alla Guerra molti sono tornati a visitare I luoghi e attualmente un ufficio turistico organizza viaggi dalla Polonia.

11> TRASFERIMENTI

I prigionieri venivano trasferiti da un campo all’altro per motivi che non sono chiari. Una parte dei trasferimenti erano dovuti alla necessita’ di separare i Cooperatori dai Non-Cooperatori.

Altri trasferimenti, dal Kenia al Sud Africa , via nave da Mombasa si sono trasformati in tragedia.

La nave Laconia, con 2,732 persone a bordo, tra cui moltissimi prigionieri italiani, venne silurata dal sommergibile tedesco U-156 nel Canale di Mozambico il 12 settembre 1942. Il sommergibile era riemerso per raccogliere i naufraghi innalzando la bandiera della Croce Rossa, come richiesto dall’art. 22 sugli Accordi Navali di Londra del 1935 e 1936. Ma un bombardiere americano B-24 che lo aveva avvistato e segnalato la presenza di naufraghi, aveva ricevuto l’ordine di attaccarlo. Fu a seguito di questo incidente che l’Ammiraglio Dὅnitz aveva firmato l’ “Ordine Laconia” con cui vietava ai sommergibili da allora in poi il salvataggio dei naufraghi. Nell’affondamento del Laconia morirono 1609 persone, in maggior parte prigionieri italiani .

Il 28 novembre 1942 stessa sorte e’ toccata alla s.s. Nova Scotia silurata dal sommergibile U-177 al largo dell’Africa orientale con 800

prigionieri italiani. Un marinaio inglese sopravvissuto ricorda ancora che cantavano in coro, « funiculi funicula’ » durante la traversata.

Un particolare sorprendente su questo affondamento e’ venuto alla luce di recente. Franceasco Stame, un imprendiore italiano ora in Kenia ricorda di aver conosciuto, allora poco piu’ che diciottenne in Mozambico, due dei sopravissuti al naufragio. Non sapevano nuotare e si erano legati a una zattera di salvataggio rimanendo per ore nel mare coperto di nafta e infestato di pescecani. Ricorda I loro nomi: Zolesi e Moffa!

Dal Kenya i non cooperatori erano destinati a un’isola di fronte alla Tanzania, detta “l’Isola dei Serpenti”, dove li aspettava, si diceva, una morte certa.

Furono messi su vagoni merci blindati e portati al porto di Mombasa. La nave che li aspettava nel porto era in riparazione per una avaria.

Li tennero due giorni chiusi nei vagoni sotto il sole cocente al limite della sopportazione.

Finalmente furono imbarcati, ma appena al largo di Mombasa, la nave ebbe una seconda avaria e naufragò. Furono portati in salvo con scialuppe, ma i loro bagagli rimasero nella stiva, così tutte le loro povere cose andarono perse.

Tornarono al campo 352 in attesa di nuova destinazione.

Salperanno con la s/s “Salween” il 16.1.44 alla volta del Sud Africa; sbarcano a Durban il 23.1.44 e vengono internati lo stesso giorno nel Campo di Pietermaritzburg: la salvezza.

Simili tragedie si sono ripetute su tutti I mari. Gli Alleati hanno affondato numerose navi giapponesi che trasportavano prigionieri Alleati: nell’affondamento della Junio Maru e della Kachidoki Maru in una sola settimana sono morti oltre 7,000 prigionieri Alleati.

Nell’affondamento delle navi italiane Ariosto, Sebastiano Venier e Nino Bixio sono morti centinaia di prigionieri Alleati.

Nell’affondamento della Arandora Star da parte del sommergibile tedesco U-47 sono morto oltre 800 prigionieri e internati italiani e tedeschi.

Prigionieri italiani sono stati inviati in Nigeria, in Costa d’Oro, in Sierra Leone.

Dal libro di Bob Moore, citato in Bibliografia, apprendiamo che nel 1944, cioe’ dopo la firma dell’armistizio, le autorita’ britanniche avevano inviato 120 prigionieri italiani dal Kenya in Nigeria e in Costa d’Oro (oggi Ghana) a costruire apparecchi ortopedici per I militari africani feriti in guerra. Il governo italiano ne aveva richiesto il rimpatrio, ma le autorita’ locali avevano offerto loro dei regolari contratti di lavoro, e cinque prigionieri in Nigeria e sei in Ghana avevano accettato di restare.

Sappiamo anche che cinque prigionieri si trovavano a lavorare nelle risaie in Sierra Leone.

La richiesta, fatta ancora nel 1943, di trasferire dei prigionieri italiani dal Kenya per scavare canali nel porto petrolifero di Pao, oggi Al-Faw, in Iraq, dove il caldo estremo e l’umidita’ rendeva le truppe inglesi insofferenti e difficili da gestire, era stata rifiutata dal Foreign Office di Londra.

12> I MORTI IN PRIGIONIA / IL SACRARIO MILITARE DI NYERI

Imorti in prigionia venivano seppelliti nei pressi del campo dove era avvenuto il decesso. Dopo la Guerra, le salme sono state translate nel nuovo Sacrario Militare di Nyeri. Costruito dal governo italiano negli anni ’50, oltre che alla tomba del Duca d’Aosta (1898-1942) vi sono tumulati 657 soldati italiani morti nei campi di prigionia rinvenuti in venticinque cimiteri di guerra sparsi per il Kenya. Costruito per iniziativa dal Gruppo Bottego di Milano, presieduto dal Gen.Valentino Vecchi, il Sacrario sorge nella missione dei Padri della Consolata di Torino nei pressi di Nyeri. La realizzazione fu affidata all’architetto torinese Mario Rabaglino, ex prigioniero di guerra che come molti altri connazionali ha voluto rimanere in Kenya; la costruzione fu possibile grazie al concorso finanziario degli italiani del Kenya e degli ex combattenti in Italia

Vogliamo ricordare quattro Italiani di Nairobi che sono intervenuti personalmente in un momento critico della costruzione con un gesto di grande generosita’. Lo riportiamo testualmente da un articolo apparso nel 1954 sulla Rivista dell’Istituto Italiano per l”Africa e l’Oriente (vedi Bibliografia)

A fianco della chiesa questa lapide ricordo del Gruppo Vittorio Bottego.

La tomba del Duca d’Aosta.

Davanti al Sacrario questo monumento raccoglie le spoglie degli ascari morti in prigionia.

Qui giace Marie-Jeane, nata e morta in prigionia.

Questa sezione del Sacrario contiene le spoglie dei morti nel campo 360 di Ndarugu

UNA BELLA STORIA DI RECUPERO DELLA MEMORIA

Da anni l’ing. Fabrizio Turchi e’ impegnato nel recupero della memoria dei suoi compaesani morti nei due conflitti mondiali, opera tanto piu’ meritoria in quanto non si tratta di famigliari o parenti , ma di suoi compaesani. Siamo lieti di inserire nel sito questi due articoli pubblicati da una delle piu’ antiche testate italiana, il Resto del Carlino di Bologna. Un grazie sentito a Fabrizio Turchi e al giornalista Daniele Filippi per l’interesse dimostrato. Un parente ha cosi’ potuto scoprire che il soldato Vincenzo Bandini, morto e sepolto in Kenya, non e’ stato dimenticato.

Un particolare ringraziamento alla signora Annie PETROZZI dell’Istituto Italiano di Cultura di Nairobi che ha recuperato e ci ha fornito la lista che riproduciamo.

L’elenco completo, in ordine alfabetico, si trova negli allegati.

La lista con i nomi dei 70 ascari morti in prigionia si trova negli Allegati.

I LUOGHI DEL DECESSO

L’Elenco dei caduti redatto cura della Consolata indica la data ma non il luogo del decesso che viene invece riportato sulla lapide dei loculi. Nella maggior parte di casi si tratta del campo di prigionia, o dell’ospedale di Nyeri, ma non mancano localita’ diverse, dove presumibilmente si trovavano campi volanti di prigionieri addetti alla costruzione di strade , dighe o altro.

Troviamo cosi’ menzionati Arbo (pozzi nel Nord-Est del Kenya), Bura ( nel distretto di Taita-Taveta), Lodwar, Koja (probabilmente un quartiere di Nairobi), Tabora e Korogwe in Tanzania, Kampala in Uganda, e il deserto di Marsabit.

Il cartello che indica il Sacrario.

13> IL RIENTRO IN ITALIA

Avevamo inserito questa fotografia , scattata davanti alla alla Cattedrale della Sacra Famiglia a Nairobi il 1° gennaio 1946, come simbolo della fine della prigionia e dell’inizio di una nuova vita: il rimpatrio, la ricostruzione.

Ora il sig. Giancarlo Bellotti, che ringraziamo sentitamente, ci segnala di averla messa in rete lui. Nella foto compare suo padre, il Tenente di Cavalleria Carlo Bellotti (nel cerchio a sinistra). Ritiene anche di aver individuate nel cerchio di destra, da una fotografia in suo possesso che ci trasmette, Silvio Grilli da Agugliano, Ancona. La somiglianza ci sembra grande, ma attendiamo conferma dai famigliari . Ed ecco il retro della foto precedente, inviataci dal sig. Bellotti. Spuntano dei nomi!

Le NAVI BIANCHE

Il rimpatrio dalla A.O.I. degli Italiani ivi residenti (donne, bambini, vecchi e invalidi) fu proposto al nostro governo nel maggio 1941 dagli inglesi, tramite gli Stati Uniti, cui erano affidati allora gli interessi italiani nei territori della A.O.I. occupati dagli inglesi. Che il governo britannico avesse molteplici interessi che questo rimpatrio fosse effettuato rapidamente con navi italiane, non sfuggi’ al nostro governo. Le trattative tra i governi richiesero alquanto tempo per le modalita’ del rimpatrio, l’organizzazione dei mezzi da impiegare nei viaggi, ( si trattava di circa 109,000 tonnellate di unita’ moderne e veloci, preziose per I nostril traffici). Ma infine fu ritenuto inderogabile dover accettare questo rischio di fronte agli scopi altamente umanitari dell’impresa.

Il perfezionamento degli accordi di carattere tecnico–marittimo fu affidato nel novembre 1941 a due persone: all’addetto navale Americano C.V. MacNaer per gli interessi britannici, e all’Ammiraglio Raineri Biscia per la parte italiana. Con decreto interministeriale del 28 gennaio 1942 fu costituito un Comitato per la gestione delle spese relative al rimpatrio dei nostri connazionali e consultazioni tra i vari Enti, Ministero degli Esteri, Ministero della Marina, Ministero dell’Africa Italiana, Ministero delle Finanze, Direzione Generale della Marina Mercantile e Finmare.

A questa missione furono adibite le Motonavi Vulcania e Saturnia ed i Piroscafi Giulio Cesare e Caio Duilio. Muniti di salvacondotti dipinti di bianco le fiancate con speciali distintivi (croci rosse) chiaramente visibili, sia di giorno che di note, allo scopo dievitare offese belliche. Le quattro navi fecero tre viaggi andata e ritorno, compiendo circa 120.000 miglia, circumnavigando il continente africano e trasportando circa 28,000 nostri connazionali.

Dal punto di vista strettamente cronologico i rimpatri sulle Navi Bianche non dovrebbero far parte della storia dei prigionieri in Kenia. Essi hanno riguardato, pero’,le loro famiglie, molti loro commilitoni rimasti feriti, ed anche un certo numero di donne e bambini fatti affluire a Mogadiscio dal campo di Nyeri, in Kenya. E’ stato interessante trovare un disegno delle Navi Bianche, opera di un ragazzo di sedici anni che sarebbe diventato famoso come il papa’ di Corto Maltese, Hugo Pratt.

Sulla vicenda del rimpatrio dei 28.000 italiani dall’ex A.O.I. esiste un’ampia documentazione, compresi giornali Luce che ne ritraggono la navigazione e lo sbarco. Se veda: www.il postalista.it; ammiragliovincenzomartines.it; oceans4future.org, le-navi-bianche.

Ma dove sono consultabili le liste dei passeggeri imbarcati su ciascuna nave per ognuno dei tre viaggi? Chi ne fosse a conoscenza e’ pregato di comunicarcelo, saremo lieti di inserire il riferimento in questo sito.

Si trovava recentemente in vendita su internet un acquarello dipinto da un ufficiale durante il viaggio di rientro in Italia. La scena si svolge in un salone della nave Mooltan di 21,000 tonnellate di stazza. Costruita nel 1923 per la compagnia P.& O., e’ stata demolita nel 1954. Portava il nome di un’ antica citta’ Indiana, assediata nel 1849 dalle truppe britanniche.

Sul sito www.pandosnco.co.uk/mooltan c’e’ una fotografia di questo salone. Si riconoscono le finestre, la colonna di legno e le poltrone.

Ben diverso era stato il trattamento riservato ai soldati.

Denti di Pirajno fu rimpatriato su una nave che trasportava truppe di colore. Ai prigionieri italiani rinchiusi nella stiva era stato vietato di uscire all’aria. “E la prossima volta non fate la guerra all’Inghilterra – gli era stato detto – perche’ e’ troppo forte”.

Rimpatrio:

Il 14 settembre 1944 è sbarcato a Taranto uno scaglione di oltre 200 piloti e specialisti della Regia Aereonautica, rimpatriati dal Kenya quail volontari di guerra della loro arma. Avrebbero dovuto seguire ulteriori rimpatri del genere, ma, pare che essi siano stati sospesi, dopo consultazioni del governo italiano.

Il rimpatrio dei mutilati e invalidi e del personale protetto è stato ripreso nel settembre scorso, con lo sbarco a Taranto (29 settembre 1944) di circa 115 invalidi, oltre 2 medici e 10 infermieri restituiti per l’accompagnamento. Tali invalidi erano stati dichiarati rimpatriabili dalla Commissione internazionale medica, recatasi in Kenya nel giugno 1943. Sulla stessa nave ospedale sono stati imbarcati a Porto Said altri 270 invalidi provenienti dall’Egitto, anch’essi riconosciuti dalla

Commissione internazionale.

Secondo quanto ha assicurato il Comando Sanitario britannico del Kenya, sarebbero seguiti presto i rimpatri degli altri invalidi riconosciuti dalla stessa Commissione, nel giugno 1943, mentre una commissione medica anglo-italiana avrebbe proceduto alla compilazione, con criteri diminore severità, delle liste di rimpatrio per tutti gli ammalati rimanenti, in modo da sfruttare ogni disponibilità di posti sulle navi ospedale di passaggio a Mombasa, dirette nel Mediterraneo.

Per gli altri prigionieri ed evacuati civili correva voce, nel Kenya, in questi ultimi tempi, di un prossimo inizio di rimpatri, con esclusione di quelli impiegati in lavori e dei puniti politici.

UN IMBARCO A MOMBASA

Guido Granello ha scritto:

Ci siamo fermata a Mombasa dove ne ahanno caricati altri 2-300.Venivano dal Kenya, prigionieri dell’Africa Otrientale, e sai cosa portavano su con loro? Io avevo un paio di scarpe, una camicia e un paio di braghe e basta, sulla valigia; non avevo altro. Loro avevano tutti lo zaino con cinque sei chili di pepe, o altrettanti di caffe’ … perche’ avevano avuto la possibilita’ di lavorare e avevano anche preso dei bei soldi. Siamo stati fermi una giornata a Mombasa, poi siamo ripartiti per Suez. A Suez ci hanno messo in treno fino a Port Said, e con un’altra nave fino a Napoli. Arrivati a Napoli ci hanno portato subito una ventina di chilometri fuori ad Afragola. Ad Afragola mi hanno dato 27,000 lire. Ascolta qua, mi son detto “ Sacramen, con sti soldi mi compro un paio di campi di terra! Perche’ prima della guerra mio padre aveva comprato due vacche per trecento lire l’una. Ma vado a prendermi un chilo di arance fuori dal campo e mi chiedono 200 lire E io gli dico “ Che discorsi sono?” E pensare che credevo di avere in tasca un bel po’ di soldi. Insomma non ti dico, non ti dico. In sole 24 ore siamo arrivati a Mestre, saranno state le undici di sera. Eh si’, era un “rapido” correva sempre, e vedevi gli altri che stavano fermi, e magari erano partiti tre giorni prima… Fuori dalla stazione abbiamo fatto in tempo a prendere l’Otto, la filovia che da Piazzale Roma portava a Treviso. Era l’ultima corsa.Siamo saliti e il bigliettaio ha visto chi eravamo e non ci ha fatto pagare. Era l’11 marzo del 1946, ed erano passati giusti sei anni da quando ero partito.

UN UOMO IN MARE

Un reduce ricorda un compagno al quale la prigionia aveva tolto anche la forza di ricominciare.

“Preghiamo per Mario, che ieri, vinto dallo sconforto per la purulenta ferita, si è lanciato nelle acque dell’ultimo Jonio. Aveva già vicine tutte le sue colline, bianche, ed il paesetto, posato là, tra gli anfratti e le forre, dove la madre, ignara, continua a pregare mentre attende il ritorno. Non ha resistito al fardello, che portava da anni, e con il salto, ha deciso di liberarsene. Non ci ha degnati neanche di un saluto! Ma l’urlo della sirena ci comunicava la scomparsa dell’uomo. Addio, Mario! “(Cirillo MG/04, 11)

Quasi tutti i prigionieri sono stati rimpatriati entro l’agosto del 1948. Al loro rientro in Italia hanno incontrato spesso indifferenza, se non ostilita’. Hanno scoperto che i soldi che avevano risparmiato lavorando in prigionia valevano ben poco.

Giovanni e Dante Muraro giunsero a Napoli il 4 gennaio 1947. Il porto era semidistrutto ed erano sotto i loro occhi le rovine dei palazzi.

Una volta sbarcati, li vollero inquadrare. Qualcuno urlò: “ Siamo stanchi di inquadrarci, di seguire lunghe file. Non siamo più in un campo di concentramento, ora siamo in Italia”.

Ricevettero dalla Croce Rossa un’arancia, una matita e della carta da lettere.

Sempre a Napoli alcuni prigionieri appena sbarcati volevano salire su un treno diretto al nord ma si sono sentiti dire che il treno era riservato alle truppe alleate. Hanno scatenato un putiferio, fino a che un ufficiale Americano e’ intervenuto : « Va bene, salite sull’ultima vettura , ma non fate casino ! ».

I prigionieri dal Sud Africa si imbarcarono a Durban.

La nave su cui salirono era la “Maloja”, un vero e proprio transatlantico di ventiseimila tonnellate, che dopo aver imbarcato circa tremila prigionieri, salpò con destinazione Kenya, dove avrebbe imbarcato altri duemila prigionieri italiani.

Era passata circa una settimana dalla loro partenza, quando giunsero al porto di Mombasa, in Kenya, ancora protetto da reti e sbarramenti antisommergibile. Lì furono caricati a bordo altri duemila italiani, tra cui molti civili e religiosi, oltre ad un gran quantitativo di merce diretta in Inghilterra.

Lasciato Porto Said, la nave raggiunse il porto di Napoli il 2 Ottobre del 1946.

Una volta sbarcati, i reduci furono portati in autocarro a Pozzuoli, dove per la prima volta dopo moltissimo tempo, avrebbero mangiato del vero minestrone di verdura, e dove alcuni morirono a causa della loro ingordigia distruggendosi lo stomaco che non sopportava il troppo cibo ingerito, essendosi ristretto dopo tanto tempo di dieta forzata.

La nave ospedale IL NILO arrivata nel 1946

Non abbiamo notizie di questa nave ospedale.

La nave ALCANTARA arrivata nel 1946

La nave VULCANIA arrivata nel 1947

L’attesa dei prigionieri fu lunga e snarvante. Racconta un reduce dal Kenia:

…c’erano rimpatriandi gia’ in lista che attendevano il via dalla sera alla mattina e di giorno in giorno per settimane. Dormivano con il bagaglio pronto ai piedi del letto. Uno era un capitano, che tutte le mattine si presentava al cancello con il bagaglio e stave li’ finche’ non lo mandavano via; lo dicevano impazzito, ma era calmo e arrendevole. Un altro, ando’ un giorno alla stazione di Eldoret e chiese un biglietto ferroviario per Roma: pazzo anche lui.

Una notizia straordinaria venne data dall’Ufficio Autonomo Reduci di Prigionia di Guerra e Rimpatriati, del Ministero della Guerra, in un suo promemoria per il capo di Gabinetto, in data 10 ottobre 1943: il giorno 2 erano arrivati a Napoli con il piroscafo “Anatolia” 93 militari rimpatriati dall’A.O.I. a loro spese e con regolare passaporto rilasciato dalle autoria’ britanniche di Asmara. Chissa’ se costoro hanno mai recevuto dallo Stato il rimborso del biglietto?

Ovunque I non cooperatori rimasero per ultimi nei campi. Cosi’ si esprimeva uno di costoro:

… Per noi l’attesa era di rassegnazione, perche’ sapevamo che dovevamo partire per ultimi. Ma quanto piu’ lento era il rimo dei rimpatri, piu’ lungo era il tempo da trascorrere. A volte avevo l’impressione di essere nato in un campo di concentramento…

Anche a Mombasa gli ultimi ad essere imbarcati furono I non cooperatori di Londiani.

Il Piccinni scrive a proposito della partenza del 16 dicembre 1946:

… Due lunghe file, per uno, si snodarono per ore, sotto la nave… in silenzio.. grande impression facevano I soldati di Jinja, riconoscibili subito dale face patite e dalla divisa stinta. Ve ne erano piu’ di 2.000, altrettanti si sarebbero imbarcati su un pirsocafo che seguiva. Essi avevano rifiutato gli indumenta distribuiti a tutti al momento della partenza. Si sentivano defraudati di ben altro, per poter accettare un’uniforme di tela e un paio di scarpe…

Alcuni membri della Milizia non solo hanno rifiutato di indossare gli abiti offerti al momento del rimpatrio, ma hanno voluto rientrare in Italia indossando la camicia nera con la quale erano partiti per la guerra sei anni prima.

La nave Vulcania, restituitaci col Saturnia, partita alla fine del gennaio 1947, rilevo’ infine l’ultimo scaglione di italiani dal Kenia che sbarcarono a Napoli alla fine di febbraio.

In tale data tutti i rimpatri furono definitivamente ultimati.

DOCUMENTAZIONE DOPO IL RIENTRO

Ringraziamo sentitamente il sig. Brasolin per la documentazione che ha volute inviarci relativa al rientro di suo padre Guerrino Brasolin dalla prigionia in Kenya. Un vero percorso di guerra dopo anni di prigionia.

Questa comprendeva:

  1. Un libretto di istruzioni del Ministero della Guerra consegnato ai prigionieri rimpatriati nel quale venivano informati sui servizi ai quali potevano accedere ( cibo, vestiario, viveri da viaggio, ecc) e venivano invitati a “ dimostrarsi disciplinati e obbedienti verso coloro che sono incaricati di farli raggiungere al piu’ presto i loro cari.”

  2. Visita medica, in cui risultava “affetto da malaria pregressa”

  3. Verbale di Interrogatorio da parte della Commissione per l’Interrogatorio del personale della Regia Aeronautica reduce dalla prigionia, che lo dichiarava IMMUNE DA OGNI ADDEBITO

  4. Altro documento che si concludeva con GIUDIZIO DI INCENSURABILITA’

  5. Liquidazione “definitiva delle competenze maturate e non percepite durante la prigionia, meno una parte per le somme corrisposte alla sua famiglia, versate per il 50% subito e il 50% in data successiva”.

  6. Un Atto di Notorieta’ con il quale quattro cittadini residenti nel suo Comune, “ noti, idonei, non interessati all’atto, hanno dichiarato sotto il giuramento essere vero notorio the il B. e’ stato richiamato alle armi il giorno .., fatto prigioniero a Gimma il giorno … e trasportato nel campo No. 357 in Kenya”

Accolti da una banda militare

Roberto Modena rimpatriato dal campo 351 di Nairobi scrive:

“Nel porto di Napoli tutto era deserto e pieno di ferraglia arrugginita mentre tutti i magazzini e tutte le costruzioni portuali, tutte le tettoie erano un ammasso di rovine. Dall’acqua del mare poi fuoriuscivano numerosi alberi maestri di navi affondate che si vedevano sotto il pelo dell’acqua arrugginire nel fondo. Il silenzio era quasi perfetto. Nessuno di noi aveva le ciglia asciutte, alcuni singhiozzavano senza ritegno.

Sul momento nessuno era ad accoglierci, poi, ad un tratto, di corsa vedemmo accostarsi alla nave attraccata a ridosso della banchina, una ventina di soldatini vestiti malamente con divise scompagnate, che stringevano al petto degli strumenti musicali. Era una banda del nostro povero esercito che si accingeva, in qualche modo, a festeggiare i disgraziati che rimpatriavano.

Erano inquadrati alla meglio davanti alla scaletta della nave dalla quale dovevano scendere i rimpatriandi. Tra vari spintoni ed incespiconi riuscii anche io a mettere piede a terra […]

La banda intanto attaccò la famosa canzone “o sole mio” intercalando le note con qualche stecca che invece di disturbare, fac[e]v[a] tenerezza, ma, fatta appena qualche nota li vidi fuggire a gambe levate inseguiti da alcuni rimpatriandi che elevando grida ostili cercavano di raggiungere e picchiare quei poveri ragazzi. Fu una scena che mi sconvolse e mi avvilì molto perché il mio cuore era con loro, con quei poveri soldatini ai quali era stato comandato di suonare quelle note e loro coscienziosamente lo avevano fatto. Alcuni facinorosi invece si ritennero offesi dalla canzone che, a sentire loro, suonava affronto in quel scenario di distruzione e di morte.”

Evidentemente il repertorio di quella banda miltare era piuttosto vario.

Lasciamo ancora la parola a Marco Spazi con i ricordi di suo papa’, Pericle Spazi:

“Ricordo anche che rimpatriato in Italia a Napoli, dopo 6 anni di prigionia, i reduci furono accolti da un a banda con la canzone “Dove sta Zaza”, nemmeno l’inno nazionale, oltre che gli sfotto e le offese dei Napoletani che urlavano che non li volevano e che non c’era lavoro per loro, un’accoglienza abbastanza triste.”

Un benvenuto in stazione

E’ancora Roberto Modena, gia’ prigioniero a Nairobi, che ricorda: “Il giorno dopo 2 gennaio, dopo alcune formalità ci lasciarono liberi! Raggiunsi la stazione centrale. Le parole di “benvenuto” furono diffuse dagli altoparlanti in questi precisi termini che, se non le avessi sentite con le mie orecchie, non ci avrei creduto:

“prigionieri! prigionieri! attenzione! attenzione! tenete d’occhio la vostra roba. Diffidate da chi vuole aiutarvi. Potrebbe rubarvi il bagaglio. Non lasciatelo in custodia a nessuno. Guardatelo a vista!”

Rimasi allibito. Non riconoscevo più l’Italia che avevo lasciato otto anni prima. Quanta tristezza.”

Evidentemente il repertorio di quella banda miltare era piuttosto vario.

Lasciamo ancora la parola a Marco Spazi con i ricordi di suo papa’, Pericle Spazi:

“Ricordo anche che rimpatriato in Italia a Napoli, dopo 6 anni di prigionia, i reduci furono accolti da un a banda con la canzone “Dove sta Zaza”, nemmeno l’inno nazionale, oltre che gli sfotto e le offese dei Napoletani che urlavano che non li volevano e che non c’era lavoro per loro, un’accoglienza abbastanza triste.”

Non molto e’ stato scritto sull’esperienza, sempre traumatica, dei prigionieri al loro rientro in patria: case distrutte, famigliari morti sotto i bombardamenti, inflazione dei prezzi. Avevano lasciato l’Italia nel 1940 con un regime fascista durato vent’anni e una monarchia durata ottanta, e ritornavano nel 1947 con una repubblica, la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista piu’ grande del mondo occidentale.

Il loro contributo alla ricostruzione nell’immediato dopoguerra e’ stato certamente importante, e poca la loro voglia di parlare dell’esperienza vissuta.

Alcuni sono emigrati all’estero, come il signor Salzano del quale abbiamo riprodotto la lettera inviata da Cincinnati.

Il capitano degli Alpini Oreste Chemello era stato prigioniero a Eldoret. Dopo il rientro in Italia nel 1946 era emigrato a Toronto in Canada’. Quando il governo volle pagargli gli arretrati maturati in prigionia e la pensione ha rifiutato dicendo: “Non ho servito la patria per un profitto, ma per la soddisfazione di servirla”. E’ deceduto a Toronto.

Giuseppe Commisso aveva combattuto in Nord Africa,dove era stato fatto prigoniero degli Inglesi nel 1942, e aveva trascorso il resto della guerra prigioniero in Kenya. Dopo il rimpatrio, in Calabria, ha deciso di emigrare in America nel 1956, presto raggiunto dalla moglie e dal figlio Rocco. Rocco Commisso ha fondato e dirige Mediacom, oggi la quinta piu’ importante rete televisiva via cavo degli Stati Uniti, valutata $4.5 miliardi dalla rivista Fortune. Oggi e' il proprietario della Fiorentina Calcio.

Felice Benuzzi, il piu’ conosciuto tra gli ex prigionieri, e’ entrato in carriera diplomatica e dopo varie sedi e’ stato Ambasciatore d’Italia a Montevideo in Uruguary. Invece l’altro suo compagno di scalata, il dott. Giovanni Balletto, e’ tornato a vivere in Tanzania, dove morira’.

Alberto Denti di Pirajno , medico, oltre a testi di memorialistica e narrativa, ha pubblicato anche alcuni volumi di gastronomia: Il gastronomo educato (1950) e Siciliani a tavola (postumo).

Alberto Burri, medico, diventera’ un’importante figura dell’arte del dopoguerra.

Il Tenente Pasquale Calvanese ha preso gli ordini con il nome Fra Tommaso Maria di Gesu’.

Altri hanno continuato e vedersi, come i Londianini, ex prigionieri del campo di Londiani 365/8 non-cooperatori: nel 1963 a Gavinana, 1964 a Pomposa, 1965 sul Po, 1966 a Lido di Camaiore,1967 ad Ancona, 1968 a Sirmione, 1969 a Udine, 1970 a Castrocaro Terme e Predappio, 1971 a Ischia, 1972 a Mogliano Veneto, 1973 a Latina – nel 1973 due Londianini hanno fatto un viaggio Kenya 27 anni dopo – 1978 a Treviso e Venezia dove si sono raccolti sulla tomba di Padre Vahan nel cimitero dell’Isola degli Armeni, 1979 a Numana, nel 1980 a Caserta, 1981 a Trevi, 1982 a Udine, 1983 a Formia, 1984 a Viareggio, 1990 a Sorrento, 1991 a Senigallia, 1993 a Forli’, 1994 a Chianciano.

Gli ex POW di Nanyuki

Veniamo a sapere solo ora che anche gli ex prigionieri del Campo 354 di Nanyukiavevano continuato a riunirsi almeno fino al 1983, quarant’anni dopo il rimpatrio. Ogni nuovo membro riceveva una pergamenta colorata, scritta in Kiswahili, inglese e italiano, come attestato di appartenenza all’Onorevole Ruolo Complementare dei P.O.W. di Nanyuki che riproduciamo in parte.

Attendiamo che altri ex POWs, o le loro famiglie, ci forniscano notizie sulle loro riunioni e attivita’.

E per finire, vorremmo ricordare un piccolo episodio, che si spiega solamente con la mentalita’ dell’epoca. La contessa Foscari era andata in stazione a Venezia con altre famiglie, in attesa del marito che tornava dalla prigionia. I prigionieri venivano rilasciati in ordine alfabetico, quando un militare, uscito di corsa, le venne incontro dicendo “Suo marito e’ gia’ fuori, hanno completato la lettera C”

La lettera C? fa la contessa.

Si’, non e’ un conte?

UN POTENZIALE TURISTICO TRASCURATO

Nel 2018 il piu’ importante quotidiano di Nairobi scriveva: Quest’anno gli Italiani ricorderanno il 75˚anniversario della morte del Duca Amedeo. Ci sara’ una funzione a Nyeri, ma nessun pellegrinaggio al Kilimambogo o agli altri siti di prigionia italiana in Kenya. Per me, questo e’ un’altra opportunita’ che andra’ perduta come attrazione turistica , mentre continuiamo a inseguire spiagge, safari e droghe.

Un’esperienza Kafkiana

Antonino ARCONTE prigioniero a Jinja sul lago V40ittoria rientato invalido dalla prigionia presento’ ricorso alla Corte dei Conti per vedersi riconosciuto il diritto alla pensione privilegiata di guerra e si vide negare quell diritto poiche’ “ non risultava che ci fosse mai stata una dichiarazione di guerra dell’Italia al Kenya.”

Avviata la pratica di beatificazione del Servo di Dio Nazareno da Pula, al secolo Giovanni Zucca, gia’ prigioniero in Kenya dal 1941 al 1946.

Giovanni Zucca, nato a Pula in provincial di Cagliari nel 1911, era andato in Africa Orientale dove aveva aperto un ristorante. Durante la campagna di guerra 1940 – 1941 in Africa Orientale, alla quale prese parte, fu fatto prigioniero degli Inglesi e portato in Kenia, ove rimase fino al 1946, anno del rimpatrio in Italia. Durante la prigionia conobbe e sperimentò le durezze della vita a cui non era abituato, la triste condizione del prigioniero di guerra, umiliato in continuazione dalla ferocia e dal cinismo dei vincitori.

Proprio in quella condizione da disperati, ebbe modo di distinguersi e farsi apprezzare dai commilitoni e perfino dai suoi “padroni” inglesi, per le sue elette virtù e spiccato senso di amor patrio. Non si abbassò mai al servilismo e alle adulazioni verso gli Inglesi che invece, molti compagni dimostravano

Rientrato in Sardegna nel 1946, col passare del tempo, sentì più impellente il desiderio di consacrarsi a Dio, nella vita religiosa. L’incontro con Padre Pio da Pietralcina fu decisivo nella vita del giovane.

A questo nuovo frate si ricorreva per consigli, per intercessioni, per conforto; lui si dimostrava paziente nell’ascolto, saggio nei consigli, con la capacità di leggere nei cuori e predire il futuro. Erano soprattutto le sue mani a operar meraviglie, anche attraverso le sue famose “caramelle benedette”, di norma al rabarbaro, che distribuiva a piccoli e grandi. Decine e centinaia i casi di guarigione, spesso inspiegabile, dopo una semplice imposizione delle mani o uno guardo rivolto al cielo.

Ai suoi funerali, nel 1992, presieduti dall’Arcivescovo di Cagliari parteciparono diecine di migliaia di persone (i giornali locali parlavano di almeno 30-40 mila persone) e la città intera si fermò per alcune ore.

Demetrio Zaccaria

Naro a Vicenza nel 1912, arriva trentacinquenne ad Addis Abeba dove avvia una fortunata attivita’ economica, prima con il commercio del sale (con accordi con la “Societa’ Italo-Francese per il Trasporto del Sale”) e successivamente con la creazione di un calzaturificio in citta’. Nel periodo che va dal 1937 al 1941 aveva una casa in quella che allora si chiamava la Via Emilia. Pilota d’aviazione lavora come tenente al comando aeronautico italiano ad Addis Abeba.

Fatto prigioniero nel 1941 e trasferito in Kenya, lo ritroviamo nella base della RAF a Eastleigh e nel campo 354 di Nanyuki.

Rientrato in Italia fonda con I fratelli un’azienda tessile, scopre un forte interesse per la vigna e il vino, materia nella quale diventera’ un esperto riconosciuto internazionalmente, compera nel 1980 un palazzo a Vicenza che dona al Comune insieme alla sua vasta collezione di piu’ di 62.000 volumi. Fonda il Centro di Cultura e Civiltà Contadina (in cui nel 1984 entrerà anche la Provincia), con lo scopo di conservare, gestire e incrementare il patrimonio librario de “La Vigna”, nonché di promuovere studi, convegni e attività di ricerca.. Conserva rapporti con il gruppo degli ex POW di Nanyuki. Muore nel 1993. La Vigna.it.

R I C E R C H E

In questa rubrica inseriremo le richieste di notizie che ci pervengono dai famigliari dei prigionieri in Kenya.

Chissa’ che qualcuno non riconosca una foto, un nome, una firma e ci scriva.

CAMPO 351 – KABETE

Salve,

Mio nonno era il Sergente Maggiore Adolfo Lanzoni, è stato prigioniero nel campo N*351 a Kabete ( non so che qualifica avesse all’epoca).

Questo è l’unico ricordo che ho di lui in quel periodo, non è nulla ma mi piacerebbe condividerlo con voi, è un dizionario di Francese-Italiano, regalatogli da una persona ( purtroppo non so chi sia ) conosciuta in prigionia in Kenya con una dedica.

Complimenti per il sito, un saluto

Gianluca LANZONI

CAMPO 356 – ELDORET

Troviamo in internet questa foto di quattro prigionieri da Lucera, storica citta’ della Puglia, gia’ capitale della Capitanata, presa nel campo di Eldoret.

Qualcuno delle loro famiglie li riconosce? Puo’ farci avere loro notizie?

CAMPO 359 – BURGURET

Abbiamo trovato in rete questa foto di tre prigionieri italiani nel campo di Burguret. In centro Nino Badalamenti, POW 5074. Chi sono i suoi amici?

Campo sconosciuto

La Signora Annamaria Barbato Ricci ci manda questa fotografia di suo padre, Guido Ricci, in compagnia di due amici, prigionieri in Kenya fino al 1946. Scrive: “ Pare che facesse il postino fra i campi di prigionia e parlava perfettamente varie lingue imparate in Africa, tra cui inglese e Swahili. Nella foto che potrebbe risalire al 1943 – 44 lui e’ quello al centro. Mi piacerebbe indagare sull’identita’ dei suoi compagni di foto. Mi aiutereste?”

Qualcuno riconosce gli altri due prigionieri? Sarebbe bello poter risalire ai loro nomi e alle loro famiglie.

Osservate le camicie perfettamente stirate e la piega dei pantaloni, prova che il morale era alto!

In centro il Tenente di Artiglieria di Complemento Ivo SANTINI, POW 35126 qui fotografato con due compagni di prigionia probabilmente nel Campo di Eldoret. Qualcuno riconosce i suoi due amici? Il figlio vorrebbe tanto mettersi in contatto.


LA CAPPELLA DEI PRIGIONIERI ITALIANI A ORKNEY


Nel 1944 I prigionieri italiani del Campo 60, nell’estremo nord della Scozia hanno costruito una cappella. Pensiamo che questa storia possa interessare quanti conoscono il nostro sito.

Ce l’ha fatta scoprire Philip Paris che le ha dedicato due libri, The Italian Chapel e Orkney’s Italian Chapel. Wikipedia le dedica un ampio spazio con numerose foto anche d’epoca.   Kirsten Mckenzie ha scritto un romanzo sulla sua costruzione: The Chapel at the Edge of the World  Recentemente il Circolo Italiano di Aberdeen ha organizzato una serata nella quale Paris ha parlato della chiesetta. https://www.youtube.com/watch?v=MutoGduwmh8&feature=youtu.be

FOTO DEGLI OGGETTI FABBRICATI DAI PRIGIONIERI

I prigionieri hanno fabbricato con mezzi di fortuna oggetti utili o artistici da vendere o scambiare con cibo o sigarette. Sono rarissime pero' le foto di questi oggetti saremmo grati a chi li possedesse di farcene avere delle foto da inserire in questo sito.

Stiamo cercando una riproduzione chiara della pagina dell’Illustrazione del popolo da inserire nel sito.

E’ IN VENDITA IL LIBRO

LA LICOSIA EDIZIONI HA CURATO LA PUBBLICAZIONE DI QUESTO LIBRO, FRUTTO DI DIECI ANNI DI RICERCHE.

INTRODUZIONE DEL PROF. FEDERICO BATTERA, STORIA ED ISTITUZIONI DELL’AFRICA, DIPARTIMENTO DI SCIENZE POLITICHE E SOCIALI DELL’UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI TRIESTE.

IL LIBRO FA PARTE DELLA COLLANA CULTURE APERTE DIRETTA DA ORNELLA URPIS

Distribuzione negli store online

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BROCHURE RICORDO DELLA TERZA EDIZIONE DI ITALIAN WEEK EXPO 2019 A NAIROBI

13-19 maggio 2019

Il COMITES Kenya, organo consultivo dell’Ambasciata d’Italia, Nairobi, ha pubblicato una brochure con le foto delle autorita’ e visitatori agli stands dei quasi trenta operatori commerciali italiani in Kenya. Tra di loro anche la presentazione del libro di Aldo Manos “ Campo 360 Ndarugu” sui prigionieri italiani in Kenya dal 1941 al 1946/47. Tutte le copie disponibili sono state acquistate.

Sulla pagina in alto a sinistra l’immagine che ha ispirato Felice Bennuzzi nella sua leggendaria scalata del Monte Kenya, logo del sito www.prigionieriinkenia.org.

Il servizio fotografico e’ di Paolo Torchio

9° RADUNO dell’ASSOCIAZIONE ZONDERWATER BLOCK ex P.O.W. Parma, 22 settembre 2019

Ringrazio il Presidente Emilio Coccia e la Signora Elisa Longarato per l’invito a partecipare al Raduno dove presentero’ il sito prigionieriinkenia.org, e il libro “Campo 360 Ndarugu”. Spero di instaurare un rapporto di collaborazione e scambio dato che molti prigionieri italiani in Sud Africa provenivano da campi in Kenya.

Vorremmo far conoscere a chi frequenta il nostro sito il programma del Raduno di Parma, al quale saranno presenti alcuni ex-prigionieri oggi centenari!

Zonderwater (in lingua Boera significa Senza Acqua, tutto un programma) ha ospitato 109,000 prigionieri italiani suddivisi in 14 Blocchi di 4 Campi ciascuno, ogni Campo con 2000 prigionieri in 24 baracche.


Domenica 22 settembre 2019

9° Raduno Annuale dell’Associazione Zonderwater Block ex POW

presso CDH Hotel Villa Ducale – PARMA Viale Europa 81 – Angolo Via del Popolo http://www.villaducaleparma.it/

Il nostro piu’ vivo ringraziamento al sig. Fabrizio Turchi che ci ha inviato le foto del Raduno e di cui ne riproduciamo tre e alla signora Elisa Longarato per I link che saranno di interesse per gli appassionati di storia.

Il nome del POW è:

RAFFAELLO CEI

nato a Lucca il 16/10/1920 e ivi residente

Alcuni link dal sito su Raffaello CEI.

https://youtu.be/zydoBofKkMk

https://youtu.be/Fl9qNpUB2pA

http://www.zonderwater.com/it/documenti/libri/scritti-dagli-ex-pow/12-libro-pow-diciassette-scritto-da-raffaello-cei-pow-337577.html

http://www.zonderwater.com/it/documenti/libri/scritti-dagli-ex-pow/203-la-chiesa-del-campo-4-e-altre-storie-scritto-da-raffaello-cei-pow-33757.html

http://www.zonderwater.com/it/documenti/articoli/162-2012-03-08-la-chiesetta-di-pietermaritzburg-e-gregorio-fiasconaro-nelle-memorie-di-raffaello-cei.html

Una parte della sala con I partecipanti

Il dott. Manos parla dei campi di prigionia in Kenya

MUSEO STORICO DELLA TERZA ARMATA –

Giovedi’ 3 ottobre 2019 – Conferenza del dott. Aldo Manos

La conferenza e’ stata onorata dalla presenza del Generale di C.A. Amedeo Sperotta, Comandante delle Forze Operative Nord, che si e’ congratulato con il dott. Manos per il suo impegno nel recupero della memoria dei nostri prigionieri in Kenya.

SI E’ PARLATO DI PRIGIONIERI ITALIANI ANCHE A TRIESTE

La presentazione del libro ha avuto luogo il 5 ottobre 2019 nello storico caffe’ libreria San Marco.

Una seconda presentazione ha avuto luogo il 24 ottobre 2019 presso la Facolta’ di Scienze Politiche e Sociali dell’Universita’ di Trieste organizzata dal prof. Federico Battera, Docente di Studi e Istituzioni dell’Africa , autore della Prefazione del libro e da Ornella Urpis – direttrice della Collana Culture Aperte, ed. Licosia.

UN LUNGO ARTICOLO SUI PRIGIONIERI DI GUERRA ITALIANI

Il Daily Nation, il quotidiano piu’ prestigioso del Kenya, nella sua edizione domenicale del 19 gennaio 2020 ha pubblicato un lungo articolo di Daniela Oliveira sul contributo dei prigionieri italiani alla costruzione del Kenya moderno, basato su un’intervista con il dott. Aldo Manos, responsabile del sito www.prigionieriinkenia.org.

E‘ la prima volta che questo importante quotidiano dedica un cosi’ ampio spazio e un particolare rilievo ai nostri prigionieri, segno che le loro vicende e il loro lavoro sono visti con simpatia e apprezzamento ancora oggi in Kenya.

Ecco il link:

https://www.nation.co.ke/lifestyle/lifestyle/Italian-prisoners-of-war-in-Kenyan-camps/1214-5423166-lxnc4gz/index.html